La regista Valentina Rosati: «Il teatro
da Cecchi al nepotismo: gioie e dolori»

La regista Valentina Rosati:
«Il teatro da Cecchi
al nepotismo: gioie e dolori»
di Lucilla Niccolini
Da Ancona a Londra, da Eschilo a Shakespeare, passando per l’Accademia d’Arte drammatica e la Biennale di Venezia. L’anconetana Valentina Rosati percorre un crinale di sfida verso le aspirazioni della vita, progetta e realizza sulla scena con la stessa vitalità perentoria e ribelle con cui da bambina giocava a calcio con i maschi e costruiva capanne sugli alberi. Sognava di fare la batterista, i suoi scelsero per lei il pianoforte, che poi le è servito quando, in tournée con Carlo Cecchi, suonò sul palcoscenico de “La dodicesima notte”, diretta da Nicola Piovani.



Un linguaggio tra i tanti
Ma la musica per lei è solo un linguaggio dei tanti che s’intrecciano nel fare teatro, un mattoncino per costruire ogni volta quella nuova “casa sugli alberi” che è ogni messinscena. Studentessa al Liceo Rinaldini, regista in erba a soli 19 anni: un corpo-a-corpo con Eschilo. «A credere in me fu Adriana Stecconi, che allora dirigeva il Centro Teatrale della mia scuola. Avevo collaborato l’anno prima a un altro progetto classico con Betty Parisini, gran donna di teatro, che tutt’ora dall’aldilà m’ispira. Mi furono affidati “I persiani”». Fu un successo, lo spettacolo scolastico più vivace e dinamico della storia trentennale del Centro. «Indimenticabili, i complimenti di Gilberto Santini, il direttore dell’Amat: mi disse che la regia era la mia vocazione».



Niente di improvvisato
Niente di improvvisato: Valentina frequenta la Scuola della Stabile Marche, e impara tanto sulla regia da Marinella Anaclerio. Passa le estati sulle tragedie greche. «Le mie preferite erano Le Baccanti, Elettra e Antigone. Andavo al Parco del Cardeto con la mia amica Mati a recitare al vento. Ricordi indelebili: so ancora molti versi a memoria. A scuola me la cavavo. Impulsiva, studiavo solo quello che mi interessava. Ero una frana in greco e in latino: ancora oggi per me chi sa fare belle traduzioni è un genio. Ma anche in inglese». Per contrappasso, vive a Londra, alle prese ogni giorno con una lingua che non amava. «La vita mi ha insegnato – ride – che se non hai talento per certe cose, devi lavorarci il doppio, ma alla fine ce la fai».



Già, alla fine ce la fai
Però, se una cosa non vuole farla, non ci sono santi: come la professione di commercialista, che per lei proponeva suo padre. «A differenza di mamma, che quando avevo otto anni mi portava a vedere la “Turandot”, lui non mi prendeva sul serio quando sostenevo che la mia vita è il teatro. Però ancora mi commuovo quando ricordo la sua faccia orgogliosa quando venni ammessa all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, unica del mio anno». L’aveva imparato giocando a calcio con i maschi: il pallone si conquista andandogli incontro.

Quindici anni in un soffio
«Dai 14 anni ai 29 ho vissuto per il teatro, facendo solo questo. Ho messo in piedi la “Compagnia del Labirinto” e “Belteatro”, con i miei amici, attori strepitosi, Gabriele Portoghese, Silvia D’Amico e Luca Marinelli». Scrive testi, adattamenti, il suo volto acceso brilla sul proscenio quando esce ad accogliere applausi scroscianti per “Benji”, tratto dal testo di Claire Dowie. «Ho lavorato per quattro anni accanto a Carlo Cecchi, che poi mi soffiò la compagnia. Andata a Londra per restarci solo pochi mesi, scopro su Fb che lui ha deciso di rifare senza di me “La dodicesima notte”, il mio ultimo spettacolo prodotto dallo Stabile. Un senso di vuoto. Per di più la compagnia di circo con cui lavoravo pur di non pagarmi aveva cambiato il titolo dello spettacolo. ».
«Ero scoraggiata - racconta Valentina - da un clima ostile, e umanamente delusa, prosciugata da anni di lavoro, produzioni e tournée andate in fumo».



Quasi quasi mi fermo
Decide di lasciare. «Ho fatto una pausa: la scelta di vivere a Londra ha ridato dignità alla mia vita personale. Ho dedicato tempo a me stessa, all’ascolto e all’esplorazione del mondo, mettendo da parte il lavoro. Mi chiedo come avrei potuto continuare questo mestiere senza aver fatto questo stop: cercare un equilibrio è importante e nel mio ambiente, in Italia, sembra vietato. Qui, quando lavoravo, andavo dritta come un treno, senza guardarmi intorno. Comprendo meglio ora che era un atteggiamento infantile, ma adesso le ferite so come curarle.». Mette su casa con il suo grande amore, Federico. «Non sono una fissata dell’ordine, ma quando mi ci metto lo faccio in maniera maniacale. Ho sempre cucinato e cucino moltissimo. Amo fare la spesa e sperimentare. Ospitiamo amici, organizziamo cene in uno spazio nostro che diventa sempre più prezioso. La nostra casa a Londra è stato per anni un riuscito “airbnb”».

La voglia di ricominciare
Poi, scatta la voglia di ricominciare. Tutto da capo, di petto. Nel 2016 vince un call alla Biennale di Venezia-Musica, dirige “Funeral Play”, musica di Caterina di Cecca. Adesso frequenta un master in Applied Theatre alla “Royal Central School Speech and Drama”. «Non mi sono mai stancata di lottare, anche quando mi sono scontrata con una realtà teatrale che privilegia figlie, mogli e cugine di... Alla Biennale di Venezia, la figlia di un commissario della Siae, raccomandata, mi fece dimezzare il budget e cercò di oscurarmi. Ci sono molte famiglie-lobby nel mondo dello spettacolo e se sei donna, per giunta piacente e con un cervello, potrebbe essere un problema. Io ho sempre badato a fare bene il mio lavoro e a lottare per le cose in cui credo. Ma alla mia età ancora mi trattano come una giovanissima, anche se lavoro da più di 14 anni».

La percezione del teatro
È cambiata anche la sua percezione del teatro: in Inghilterra tiene corsi con i bambini. «La mia aspirazione più forte è fare un teatro utile, sociale e partecipato. Oggi la scena si trasferisce sempre di più in strada, in un museo, in uno spazio espositivo oppure dentro la scuola. Un laboratorio dentro un carcere ha un senso e una funzione precisa e potente, credo più utile di una nuova produzione di “Romeo e Giulietta”. Le realtà più interessanti nascono e sopravvivono fuori dalle istituzioni. A Londra sto seguendo un progetto sulle tematiche della Brexit, con Monica Nappo, Kelly e Richard De Dominicis. Forse anche in Italia sarebbe bene affrontare il problema prima che sia troppo tardi!». Generosa, sempre pronta al cambiamento e a dare una mano. «Voglio essere una persona migliore ogni giorno, nella vita e nel lavoro». Si emoziona sempre: con la lacrima in tasca, è altrettanto incline a esultare. «Il momento in cui l’emozione ha davvero preso il sopravvento nella mia vita, troppo forte perché riuscissi a controllarla, è stato quando mio padre se n’è andato».
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Lunedì 4 Giugno 2018, 12:12 - Ultimo aggiornamento: 04-06-2018 17:45

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