Nicoletta Grifoni, la prima donna
a Tutto il calcio minuto per minuto

Domenica 12 Novembre 2017 di Laura Ripani
Nicoletta Grifoni

«Se una radio è libera, libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente». Le canzoni, di Finardi in questo caso sono la colonna sonora di una vita trascorsa al microfono per Nicoletta Grifoni. Volto tv, vice caporedattore della sede Rai di Ancona, con le onde medie e il loro mondo ha un rapporto speciale: «Accendere l’apparecchio è la prima cosa che faccio la mattina» confessa. Fu la prima donna a raccontare una partita di calcio via etere, segnando un’epoca «a mia insaputa» ride divertita. Ché poi l’allegria è un po’ la sua cifra. Ma prima di far girare “Uno su mille ce la fa” mettiamo indietro la puntina ed entriamo nel mondo di quegli Anni Settanta, belli e ribelli. 

Archeologa mancata
«Il giornalismo non era la mia prima scelta. Al liceo classico mi stavo orientando verso l’archeologia. Anche perché in famiglia ne bastava uno (il padre, Ermete, è stato il responsabile della sede Rai di Ancona ndr) e come tutti i ragazzi volevo marcare la differenza». Appassionata. Le passioni hanno segnato la sua vita così come il caso. Che tante volte l’ha costretta a ricominciare. «Alcuni amici suonarono al mio campanello, mi dissero che avevano bisogno di una voce femminile, Radio Arancia doveva registrare uno spot. In seguito mi dissero ‘dai stai con noi in trasmissione’ : insomma ho cominciato facendo la Dj ». Marco Marcosignori, Franco Leonardi e Maurizio Marchionni fondatori della storica testata l’accalappiarono con lo sport «un’altra delle mie grandi passioni. A Radio Arancia ho poi conosciuto Pino Cesetti, Angela Borgiani, per tutti Angelina, Emilio D’Alessio, Gianni Maggi, Maurizio Ascoli, Gabriella Papini...». C’era tutto il nucleo originario con il quale «era un piacere sperimentare: noi, giornalisti, lo siamo diventati sulla nostra pelle, tramite il rapporto con gli ascoltatori. Abbiamo rotto gli schemi nel periodo in cui la Rai era ancora un servizio pubblico paludato. Non tutto andava sempre liscio, sia chiaro, ma sono stati più i pro che i contro: un processo si era innescato, inarrestabile, fu rottura vera. Se adesso penso che oggi andiamo in onda su Periscope e si può interagire con i social, credo che tutto nasca da lì».

Il segno
No, poi non è “Entrata in banca” pure lei per dirla con Venditti. «Piuttosto la mia radio si stava trasformando in banca con l’imprenditore Edoardo Longarini che decise di acquistare Radio Arancia. Capii che alcuni amici avevano lì un lavoro con il quale tiravano avanti la famiglia. Io continuavo a stare sulle barricate e quindi me ne andai. Ero ancora “ragazza” a 26 anni: nessuna responsabilità». Quelle sarebbero arrivate di lì a poco. Con l’improvvisa e prematura scomparsa del padre Nicoletta è entrata nella vita adulta. E pure alla Rai. «Longarini aveva messo in difficoltà la radio con la quale ero cresciuta, piuttosto che per lui, ho preferito lavorare in Rai. Mai primi mesi non furono facili: non conoscevo nessuno, ero reduce dalla perdita dei miei amici di sempre e di mio padre, un disorientamento psicologico e sentimentale totale». Ecco che “Call me” arrivò allora la convocazione del pool sportivo. «Mi sentirono raccontare la gara podistica Tuttocittà e chiesero al caporedattore di allora, Ruggiero Tagliavini - l’unico al quale non sono mai riuscita a dare del tu -, se fossi pronta per una partita di calcio. Io con un’incoscienza totale, visto che appunto lo avevo già fatto a Radio Arancia, accettai. Non mi resi conto della portata di quel fatto. Certo ero emozionata la prima volta ma non perché consapevole che avrei rotto un tabù, quello di una voce femminile nel calcio, piuttosto perché ogni diretta è un’esperienza. Ma una cosa sento di dirla: in Rai la meritocrazia paga». Il cognome, dice, non l’ha aiutata: «Mio padre a Roma neppure lo conoscevano, anzi mio padre mi diceva che era pieno di tanti ragazzi che volevano fare lo sport. Non ci speravo proprio». E invece si sbagliava. «Sono una “ragazza fortunata” perché mi hanno davvero regalato un sogno. Quello di raccontare tante vittorie e poche sconfitte». Si dà il caso che Nicoletta, infatti, inventò di sana pianta Pallavolando, la trasmissione che segue tuttora come Tutto il calcio Minuto per minuto, le partite di pallavolo. Tutto dopo l’esperienza con Massimo Carboni a Tuttobasket. 

I fenomeni
Era un periodo d’oro. La “Generazione dei fenomeni” - che non è solo una canzone degli Stadio - era guidata da Julio Velasco. Negli Anni Novanta vinse tutto il possibile. Mondiali, Coppe del mondo, World League e Europei come se piovesse. E lei era lì, ogni volta. Leo Turrini del Carlino l’aveva ribattezzata la Grace Kelly del volley. «Mi sentivo nella nazionale dei giornalisti. La Rai ha investito su di me, mi sentivo una grande responsabilità». E l’ulteriore imprimatur, se proprio ce n’era bisogno, arrivò da Bruno Pizzul. «Avevo lavorato a Tutto il calcio con Gianni Ameri, Sandro Ciotti e tutti i più grandi. Ma quel giorno, era a Barcellona, nel ‘92 arrivò nella mia postazione Pizzul. Si mise affianco a me e come seconda voce si mise a commentare perché stavamo giocando la finalina per il 3° posto quando eravamo invece la nazionale più forte. Un onore. Quando si pensa a colleghi così grandi, infatti, si immaginano lontani, che se la tirano e invece... lì a fianco avevo proprio Pizzul». Forse da lì imparò a fare da chioccia ai colleghi che oggi le riconoscono un ruolo nella loro formazione: «Penso a Manuel Codignoni oggi a Tutto il calcio che abbiamo avuto ad Ancona e a tutti i ragazzi che l’ultimo concorso Rai ha assunto».

Le Roi
Un altro ospite illustre del suo microfono fu Michel Platini. «Alle Olimpiadi di Atlanta lo intercettati. Non aveva fama di uno simpatico con i giornalisti e si confermò tale. Lo fermai e fu seccato. Io mi irrigidii e gli dissi: tra dieci minuti vado in onda, la aspetto per parlare dei problemi di sicurezza. Pensavo non si sarebbe fatto vivo e invece arrivò. Fu gentile e disponibile». Ma se “Qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure” la vita di Nicoletta è stata per sempre segnata da un infortunio che, come uno sportivo professionista, le stroncò la carriera. «Presi una pallonata al volto, viaggiava a 100 chilometri l’ora. Ero a bordo campo, il resto fu un calvario». Non ne parla volentieri ma forse perché «dalla vita ho avuto tanto, io che non andavo neppure a dormire di ritorno dalle trasferte pur di accompagnare i miei figli a scuola». Eh già perché Nicoletta ha anche avuto due figli, un maschio e una femmina, per anni ha lavorato nel turno che inizia all’alba in Rai pur di restare il pomeriggio con loro.

Gli urlatori
Oggi con 37 anni di lavoro alle spalle, le chiediamo anche cosa pensa dei telecronisti urlatori: «Non c’è bisogno di esagerare. Se una partita è bella è autoevidente, basta viverla! Non serve il clime di tensione continua». Sul Var invece sostiene che «era nell’ordine delle cose, anche c’è molto da aggiustare ma la vedo bene». La mattina quando si sveglia? «Accendo la Radio, no?».

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