La contessa Paolina costretta a casa
Leopardi, «una tomba per vivi»

La contessa Paolina
costretta a casa Leopardi,
«una tomba per vivi»
di Antonio Luccarini
In casa era dai fratelli chiamata affettuosamente Pilla-sostitutivo del soprannome “Don Paolo” che le avevano affibbiato Giacomo e Carlo nei giochi dell’infanzia per via degli abiti rigorosamente in nero e per il taglio corto dei capelli impostole dalla madre –ma alla nascita, a Recanati, il 5 ottobre del 1800, all’unica femmina venuta al mondo dall’unione tra Monaldo Leopardi ed Adelaide Antici erano stati imposti i nomi di Paolina Francesca Saveria Placida Bilancina Adelaide. Era nata prematura a causa della caduta dalle scale della madre al settimo mese di gravidanza e lei raccontava, con l’ amara ironia, che solitamente accompagnava le sue numerose lettere e le conversazioni in pubblico-queste ultime in realtà più rare e più sobrie di parole- che l’episodio poteva essere interpretato come una sua fretta di venire a godere del mondo.

Un’esistenza priva di doni
In realtà l’esistenza non fu prodiga di doni con Paolina Leopardi: minuta, di fragile costituzione, priva di bellezza e grazia, timida al punto da sembrare scontrosa, era una donna romantica, assetata d’amore come le eroine dei romanzi che leggeva con appassionato coinvolgimento. Paolina Leopardi, nonostante la sua disperata ricerca di affetto e di sentimenti ricambiati, alla fine trovò corrispondenza di affetti soltanto nell’ambito famigliare. Fu la Pilla amatissima da Giacomo che ne condivideva valori ed aspettative di vita e da suo padre Monaldo che, avendone intuito le finissime capacità intellettive, le aveva concesso di ricevere un’educazione aperta, capace di scavalcare l’interdetto sui libri proibiti dalla Chiesa, ed ampia come quella dei fratelli maschi. Nessuna carezza o gesto d’amore le erano mai venuti dalla madre Adelaide, impegnata unicamente a dare stabilità ad un patrimonio famigliare compromesso e soprattutto chiusa nella fortezza inespugnabile di una rigidissima morale cattolica. Nei confronti del celebre fratello poeta Paolina nutrì una vera e propria venerazione. Al padre Monaldo, nonostante avvertisse pienamente la complicità con Adelaide nel aver fatto di Casa Leopardi una sorta di reclusorio, “una tomba per vivi”, fu sempre grata degli attestati di stima e di affetto ricevuti e divenne, nel tempo, una delle sue più strette collaboratrici nelle imprese editoriali che lo interessavano. 

Evadere dalla casa tomba
E proprio per evadere dalla “tomba per vivi” a Paolina non restava che il matrimonio: dapprima fu combinato un accordo con un certo Pier Andrea Peroli ,vedovo con due figli ,di Sant’Angelo in Vado, caldeggiato dallo stesso Giacomo che scrisse per l’occasione “Nelle nozze della sorella Paolina”, poi, sfumato il progetto -pare per questioni finanziarie- con il giovane Ranieri Roccetti presentatole dal fratello Carlo. Per Paolina il giovane promesso sposo, bello, elegante di buone maniere, anche se accompagnato dalla fama di libertino impenitente, fu subito oggetto di amore e passione che però fecero subito i conti con l’amara verità di un matrimonio, contratto dopo un mese dall’incontro, tra il Roccetti e una giovane e bella vedova. Con il passare degli anni l’unica possibilità di evadere dalla reclusione di Recanati restavano i libri e la scrittura. Paolina tradusse per un editore di Pesaro “Expedition nocturne autour de ma chambre” di Xavier de Maistre e una “ Vita di Mozart” ricavata dalla sintesi di diversi testi stranieri. E diede vita ad un intensissimo epistolario che fosse in grado di riportare a Recanati le molteplici voci del mondo. Perché come scriveva alle sorelle Brighenti di Modena «…Fra gli altri motivi che hanno disseccato in me le sorgenti dell’allegrezza e della vivacità, uno è il vivere a Recanati, soggiorno abominevole e d odiosissimo; un altro poi è l’avere in Mamà una persona ultrarigorista…..mi pare di esser divenuta cadavere». Dal 1837, data della morte di Giacomo, la solitudine attorno a Paolina non fu soltanto una condizione dell’anima perché, a cadenza decennale, morirono, nel 1847 il padre Monaldo e nel 1857 la dispotica madre Adelaide.

Libera da vincoli
Ormai libera da vincoli famigliari, Paolina Leopardi riuscì finalmente a lasciare Recanati e a visitare l’Italia, cercando ovunque le tracce lasciate dalla presenza del fratello, che, ormai, era diventato, con sua somma gioia, uno dei poeti sommi della nostra letteratura. Visitò Firenze, Pisa, Modena dove ebbe modo di incontrare di persona finalmente le sorelle Brighenti, quelle che avevano accolto i suoi sospiri e i suoi lamenti negli anni difficili del suo “isolamento”, e a Napoli si recò, quasi come in pellegrinaggio, presso la tomba di Giacomo. Elesse Pisa come sua città d’adozione e proprio a Pisa chiuse per sempre gli occhi dopo una breve malattia il 13 marzo del 1869 assistita dalla cognata Teresa.
 
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Domenica 20 Maggio 2018, 15:44 - Ultimo aggiornamento: 20-05-2018 15:44

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