Stamira di Ancona, così nacque il mito
durante l’assedio dei tedeschi del 1173

Domenica 18 Febbraio 2018 di Antonio Luccarini
Stamira di Ancona, così nacque il mito durante l’assedio dei tedeschi del 1173

Ogni città vanta ,accanto al nome dei propri Santi Patroni, la memoria orgogliosa degli uomini valorosi che ne hanno diffuso la fama; Ancona si distingue da tutte le altre perché ,al posto dell’eroe, è fiera di aver come emblema della propria civica virtù, un’intrepida eroina, quasi ad evidenziare la speciale qualità dell’elemento femminile cittadino. Se non ci fosse stato Boncompagno da Signa a segnalare, nel suo “Liber de obsidione Ancone”, l’episodio del suo coraggioso gesto che la vide eroica protagonista durante i terribili giorni dell’assedio di Ancona, nel 1173, di Stamira non sarebbe restata traccia alcuna nella vicenda millenaria della città. Ma quando il giurista Ugolino Gosia, nel 1201, venuto a ricoprire la carica di Podestà di Ancona, con l’intenzione di rendere omaggio alle virtù civiche delle genti anconetane, invitò l’amico Boncompagno da Signa , “magister” di “ars dictandi” presso l’ateneo bolognese, a ricostruire i momenti cruciali dell’assedio di Ancona, la figura di Stamira trovò giustamente la propria collocazione nell’operazione storico-letteraria celebrativa dell’eroismo cittadino. 

La costruzione della storia
Ma non fu subito...“mito”: tanti, forse troppi , gli episodi a testimonianza delle capacità di resistenza, dell’audacia e dello spirito di abnegazione degli anconetani, segnalati dalla ricostruzione storica di Boncompagno perché potesse emergere, fra tutti, in piena evidenza la figura della vedova coraggiosa che riuscì ad incendiare le torri di legno dei nemici. C’è da precisare che nel testo che descrive con stile sobrio ed incisivo, la dinamica del gesto eroico, a differenza degli altri episodi ricordati, soltanto di Stamira e di Giovanni di Claudio-un altro degli eroi protagonisti dell’assedio- viene evidenziato il nome dall’autore, quasi a sottolinearne la qualità dell’impresa, che in tal modo viene presentata al lettore, non con il segno di un generico patriottismo , ma come atto concreto di ardimento valoroso. Ma quelle poche righe che raccontano di una vedova di nome Stamira che, sotto una pioggia di frecce dei nemici, avanzò con la torcia accesa verso le botti di pece, per incendiare le macchine da guerra degli assedianti tedeschi al soldo di Cristiano di Magonza, e che, riuscendo nell’impresa, offrì, nuovamente, ai suoi concittadini la possibilità di reperire cibo, da sole, all’epoca della stesura del testo, non bastarono a trasformare un episodio bellico nella leggenda che poi divenne di fatto. 

Quei secoli di oblio
Dopo secoli di oblio, soltanto nell’Ottocento, nella fioritura dello storicismo di matrice romantica, fu possibile –e quasi doveroso per la molteplicità delle funzioni assolte- dare alla figura di Stamira la complessità, le forme e la carica simbolica di un vero e proprio mito. E furono le urgenze del presente – il patriottismo risorgimentale volle riattualizzare l’assedio antico voluto dai tedeschi dell’ imperatore Federico “Barbarossa” per esprimere lo sdegno nei confronti del nemico austro-ungarico- a dare nuovi significati, valenze politiche e culturali all’eroina anconetana. Nel 1849 infatti la città dorica, nell’ambito dell’esaltante esperienza della restaurata Repubblica, visse nuovamente un doloroso quanto feroce e logorante assedio da parte delle truppe austriache. Tutti gli strati sociali della popolazione, intellettuali ed operai, nobili e borghesi, uomini e donne, sacerdoti e studenti, parteciparono nell’operazione di resistenza ad oltranza nei confronti delle forze reazionarie. La città dovette alla fine capitolare e subire l’occupazione decennale da parte dell’esercito austro-ungarico. Nel 1856 il più stimato artista dello stato della Chiesa, l’anconetano Francesco Podesti – tra l’altro egli aveva partecipato all’assedio – che anni prima aveva avuto l’incarico dall’Amministrazione cittadina di eseguire un ‘opera per il Palazzo Comunale, portò ad Ancona tra il tripudio commosso della folla il grande quadro “Il giuramento degli Anconetani” che ricostruiva, in splendida sintesi pittorica, momenti e protagonisti di quel lontano 1173. 

La fierezza della popolana
E il mito di una popolana capace con il suo ardimento di bruciare le macchine da guerra nemiche si consolidò e rinnovò l’antica fierezza delle genti. Naturalmente accanto a coloro che vollero omaggiare con ogni segno possibile la memoria di Stamira, con monumenti, intitolazione di istituzioni, vie - al suo nome sono dedicate vie a Milano e Roma -, non sono mancati coloro che hanno espresso dubbi sulla consistenza storica del personaggio-arrivando persino a negare la veridicità del resoconto del Boncompagno - ma senza esito alcuno: d’altra parte il valore di un simbolo non subisce limiti spazio-temporali, perché, appunto, si colloca al di fuori di essi. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA