Colta, amò il dialetto e sposò lo zio
Gli scandali di Bice Piacentini

Colta, amò il dialetto e sposò
lo zio. Gli scandali
della poetessa Bice Piacentini
di Laura Ripani
Se Dante ebbe il merito di elevare a lingua il volgare dell’epoca, a Bice Piacentini Rinaldi va sicuramente l’onore di aver trasformato il dialetto parlato dai pescatori dell’antico borgo di San Benedetto del Tronto in un vernacolo di interesse letterario. Beatrice, Maria, Giustina, Carmelitana e Augusta viene battezzata nella chiesa di S. Benedetto Martire, nel vecchio incasato di San Benedetto, due giorni dopo la sua nascita il 21 Agosto del 1856, un anno dopo la nascita del fratello Gualtiero e un anno prima dell’arrivo del terzogenito Ernesto. Notizie, queste ed altre, contenute nel bel libro “L’Arco di Bice” di Cinzia Carboni che smentisce la vulgata propensa a ritenere che la poetessa - poiché di origini borghesi - potesse essere romana di nascita e poi approdata in città. 

La borghese
La sua, d’altra parte, era una famiglia benestante: i nonni materni, Anastasio Fiorani (priore comunale e vice console di Spagna e Parma) e Felice Pangelli Palmucci (contessa di Offida), e lo erano i genitori dopo che la mamma Marianna aveva sposato il giovane rampollo della famiglia romana Piacentini Rinaldi: Agostino. Abitavano nella capitale, ma la madre di Bice, Marianna, come spesso accadeva all’epoca e non solo, preferì partorire nella sua terra d’origine magari potendo contare sull’aiuto di qualche familiare, in caso di bisogno, anche emotivo. I Fiorani, per l’esattezza, abitavano “su dentre”, così è ancora oggi è chiamato da tutti l’antico borgo intorno alla Torre dei Gualtieri. 

La città bassa
Proprio in quegli anni i pescatori scendevano a valle, attorno a una piccola e malandata chiesetta del ‘600 intitolata a Santa Maria della Marina. Zona paludosa e malsana per le alluvioni del torrente Albula, le mareggiate e le epidemie di colera. Anastasio Fiorani, alla nascita della nipote, aveva fatto costruire un collegamento abitabile tra la sua abitazione e quella del fratello monsignor Luigi, struttura nota come “L’arche de Fiurà” che durò proprio quanto Bice: distrutta dalle mine dei tedeschi in ritirata alla fine della II Guerra Mondiale. Beatrice, per tutti Bice, trascorse tutte le estati della sua infanzia nella casa sambenedettese dei nonni e iniziò sin da piccola ad amare l’ambiente, il paese, la gente, le tradizioni ma, grazie alla sua formazione culturale cittadina poteva descriverla con il distacco che si confà allo scrittore. La sua vita non fu sempre facile: a 13 restò orfana di padre e poco dopo perse l’amato fratello Gualtiero già promettente architetto (suo il primo progetto del cimitero di San Benedetto è opera sua), a 25 anni.

Lo scandalo
Ma l’impresa più dolorosa - ed entusiasmante - fu riuscire ad affrontare lo scandalo che nacque quando lei, ventenne, si innamorò dello zio Carlo (fratello più piccolo del padre) riuscendo, nonostante tutto, a sposarlo nel 1877. L’anno successivo nacque il loro unico figlio: Giuseppe. Un’esistenza intensa e grintosa quella della sora Bice, tra Roma e San Benedetto, una vita da romanzo, così come racconta ancora Carboni «frutto di tanti anni di ricerche e che ha portato a scoprire una Bice inedita con una vita straordinaria, in un contesto fatto di guerre, stenti, epidemie e tanta povertà per la nostra gente di mare». Bice era bella, colta, agiata, eppure frequentava popolani grezzi e ignoranti del suo amato paese. Si mischiava tra le donne al mercato e ne ascoltava le pene ispirandosi poi per i suoi deliziosi sonetti in vernacolo o per i racconti in lingua ma sempre ambientati sul posto. E tra le tante vicissitudini esistenziali, la grande passione per la scrittura a cui si dedicò maggiormente arrivata ai 50 anni con la pubblicazione dei primi 12 sonetti in vernacolo premiati all’Esposizione Regionale di Macerata, imprimatur del suo valore letterario. 

Il successo
Incoraggiata dal successo ottenuto, 2 anni dopo farà pubblicare il 2° volumetto con 23 “Sonetti Marchigiani”. È del 1910 un’altra elegante edizione di sonetti dal titolo “Lu curtille e ste segnore”. Allo scoppio della prima guerra mondiale, quando già aveva perso il marito Carlo e il fratello Ernesto, scrive una novella in lingua italiana ma ambientata in paese “Il ballo del sospiro”. Nel ’24 scrive “Ttnèlla” dramma teatrale in 3 atti. È del ’26 l’ultima raccolta di 60 sonetti dialettali che dedica alla scomparsa dell’amata madre. Rimasta sola (anche il figlio Giuseppe era morto in circostanze misteriose), sfinita dal dolore e dalla vecchiaia, Bice Piacentini muore a San Benedetto, dove ormai viveva da anni accudita da Pia Scaramazza, che era cresciuta con lei come una figlia. Era il 18 maggio del 1942.
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Domenica 23 Luglio 2017, 11:33 - Ultimo aggiornamento: 23-07-2017 11:33

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