Adele Bei, l'icona pasionaria
per mezzo secolo nel sindacato

Domenica 3 Dicembre 2017 di Elisabetta Marsigli
Un'appassionata immagine di Adele Bei
Ha lasciato un segno indelebile nella storia della politica e del sindacato sia a livello nazionale che locale. Quando si parla di Adele Bei è evidente la sensazione di trovarsi difronte a un figura di alto spessore. Un impegno totale, dovuto ad una chiara coscienza politica nata fin dalla sua infanzia e adolescenza, fortemente caratterizzate dalle discussioni politiche che si facevano in famiglia. La sua particolare sensibilità, la presa di coscienza delle differenze economiche e di classe la portano a scelte di campo radicali, anche sul versante dei diritti della donna, alimentata da un forte sentimento di ribellione verso le ingiustizie sociali. 
Le origini poverissime
Adele Bei nasce a Cantiano, nel 1904: il padre e i fratelli erano boscaioli ed era la terza di 11 figli. Una famiglia poverissima, tanto che Adele iniziò a lavorare nei campi a 12 anni. Una generazione di militanti che si incrocia con la Grande guerra prima, poi con la Resistenza, il sistema dei partiti e la rinascita del sindacato nell’Italia repubblicana. L’incontro con Domenico Ciufoli, suo futuro marito alimenta e irrobustisce pensieri e ideali: Ciufoli era uscito nel 1921 dal partito socialista e aveva contribuito con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Pietro Secchia e Umbero Terracini alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. A 18 anni, nel 1922 Adele sposa Domenico.
L’esilio e l’arresto 
Alla fine del ‘23, mentre infuria la reazione fascista, Adele è costretta a fuggire dall’Italia per vivere in esilio, prima in Belgio, poi Lussemburgo ed infine in Francia. Ma i suoi principi ispiratori non cambiano e, nonostante la nascita dei figli Ferrero e Angela, con il nome di Battistella, svolse compiti di propaganda verso le donne con l’incarico di diffondere il giornale clandestino L’Operaia, e si rese disponibile come corriere per i collegamenti del centro estero del partito con l’Italia. Nel ’33 fu arrestata a Roma, ma con forte determinazione non rivelò mai nulla dell’organizzazione comunista e in considerazione dell’atteggiamento assunto di fronte ai giudici in camicia nera, per la sua caparbietà, fu considerata «socialmente pericolosissima» e condannata a 18 anni di carcere, ma la sua figura venne celebrata dai giornali comunisti. 
Otto anni in carcere a Roma
Otto li passò tra il carcere romano delle Mantellate e quello di Perugia, per poi essere trasferita nell’isola di Ventotene dove rimase due anni. I figli furono accolti in Russia, presso un istituto per i figli delle vittime del fascismo, fino alla fine della guerra. Il marito, impegnato tra gli incarichi a Parigi e presso l’Internazionale comunista a Mosca, fu arrestato nel 1939 e trasferito nel campo di Buchenwald, dove rimase fino alla Liberazione. Anche in carcere Adele seppe essere un punto di riferimento per i compagni, pronta a dare loro assistenza nelle necessità quotidiane e a infondere fiducia con il suo carattere sereno e coraggioso. Liberata il 25 luglio del ’43 e sfuggita miracolosamente a un nuovo arresto, si dedicò alla lotta partigiana, in particolare all’organizzazione del movimento femminile di resistenza e fu tra le fondatrici dei gruppi di difesa della donna.
Dalla parte delle donne 
Fu responsabile della Commissione femminile nazionale della CGIL e fu la primissima donna, insieme al marito Domenico, a fare parte della Consulta, un acerbo parlamento italiano provvisorio, con competenze consultive. Fu eletta dirigente dell’Unione Donne Italiane all’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946, mentre nel 1948 venne eletta senatrice e, accanto all’impegno politico si dedicò anche all’attività sindacale guidando, dal ‘52, con entusiasmo e passione per circa un decennio, il sindacato nazionale delle lavoratrici del tabacco. Adele, oltre a rivendicare maggiori diritti per le donne lavoratrici, si battè anche per il miglioramento della condizione carceraria femminile. 
L’elezione alla Camera
Nel 1953 e nel 58, fu eletta nelle fila del PCI alla Camera dei deputati dove rappresentò con passione le Marche, con particolare attenzione alla realtà marchigiana e pesarese come un punto di riferimento solido e costante per tutti gli amministratori del territorio. Al termine della legislatura, nel ’63, non andò “in pensione”, continuando la lotta a favore dei più deboli e delle lavoratrici. Si spense a Roma nel 1976, a 72 anni. Luigi Longo ed Enrico Berlinguer fecero pervenire alla figlia Angelina il seguente telegramma: «Con lei, muore una delle donne più intrepide del nostro tempo, una apprezzata dirigente sindacale sempre impegnata a difesa delle lavoratrici Italiane. Con l’esempio di compagne come Adele Bei, i lavoratori italiani hanno accresciuto la loro forza e la loro combattività». © RIPRODUZIONE RISERVATA