Covid, l'infermiere dello Spallanzani: «La mia guerra al virus con chi mi salvò da Ebola»

Domenica 21 Febbraio 2021 di Cristiana Mangani
Covid, l'infermiere dello Spallanzani: «La mia guerra al virus con chi mi salvò da Ebola»

In prima linea sin da quando aveva 18 anni: marinava la scuola per andare a fare volontariato sulle ambulanze del 118 di Cagliari. Oggi Stefano Marongiu ha 43 anni e lavora all'ospedale Spallanzani di Roma come coordinatore degli infermieri delle Uscar, proprio per la straordinaria esperienza acquisita sul campo. Il suo incontro con il maggiore centro italiano per le malattie infettive è stato un po' destino, tanta fortuna e anche amore. Perché Stefano non è un infermiere qualunque: a 36 anni era in Sierra Leone come volontario per Emergency durante l'epidemia di Ebola.

È rimasto contagiato in modo molto grave, ed è stato salvato proprio dal personale con il quale ha scelto di rimanere a lavorare. Il presidente Mattarella gli ha conferito il cavalierato della Repubblica e, quel giorno, era con lui a ricevere il riconoscimento la virologa Maria Rosaria Capobianchi, nota anche per aver isolato il Coronavirus.

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Stefano, da cosa ha capito di avere l'Ebola?
«Sono stato due mesi e mezzo in Sierra Leone, poi sono tornato in Sardegna, ma percepivo che c'era qualcosa nel mio corpo che non andava bene. Non avevo ancora febbre né sintomi, però ho deciso lo stesso di mettermi in auto isolamento».
In poche ore la situazione è peggiorata.
«Febbre molto alta, condizioni critiche. I primi eroi sono stati quelli dell'equipaggio dell'Aeronautica che hanno deciso di venirmi a prendere per trasferirmi allo Spallanzani. In quel momento ero una bomba di virus. Tutti i colleghi hanno rischiato tanto, quelli che mi hanno portato a Roma, ma anche quelli dell'ospedale di Sassari. Nessuno si è preoccupato di quanto fosse pericoloso. Il loro unico pensiero è stato quello di salvare una vita».
Quanto tempo è rimasto ricoverato?
«Sono stato due giorni a Sassari, 28 allo Spallanzani. Un mese durante il quale ho visto veramente cosa è il nostro lavoro. Qualcuno degli infermieri e dei medici dell'ospedale romano lo avevo già conosciuto in Africa, perché l'Istituto è un'eccellenza. Il personale viene inviato ovunque ci siano eventi epidemici di un certo rilievo. Sono colleghi straordinari. Ognuno di loro si fermava più del necessario per fare due chiacchiere con me, anche se era veramente rischioso. Facevano lo stesso con gli altri pazienti. Quello che ho visto è stato un altissimo livello di specializzazione e una grande umanità».
Al punto tale che ha deciso di rimanere a lavorare con loro.
«Quando mi hanno chiesto se volevo collaborare, non mi è sembrato vero, anche perché allo Spallanzani lavora mia moglie Roberta Chiappini. Era in Africa, inviata dal suo ospedale. È andata via dalla Sierra Leone un mese prima di me, avevo capito che era la donna giusta».
Ora siete in prima linea tutti e due contro il Covid: avrebbe mai immaginato che, a distanza di qualche anno, avrebbe dovuto fare i conti con un nemico insidioso quanto l'Ebola?
«Dal 29 gennaio del 2020 è stata una vera battaglia, si lavora senza sosta. Quello che ci ha aiutato è stata la vicinanza e la gratitudine della gente, ci ha dato molta forza, ci ha fatti sentire meno stanchi e soli».
Quando vede le immagini degli assembramenti, delle persone che si accalcano senza mascherine, che pensa?
«Io capisco che le persone non ce la facciano più, ma serve ancora un po' di pazienza, 95 mila morti non sono una passeggiata. Dopo le immagini terribili delle bare trasportate dai militari, pensavo che saremmo usciti migliorati. Una parte della popolazione è stata e continua a essere eccezionale, ma non tutti. E ora è ingiusto che per pochi si corra il rischio di vanificare la campagna di vaccinazione».
La prima iniezione di siero Pfizer è stata fatta proprio allo Spallanzani, oggi ospedale Covid-free, come sta procedendo?
«Sta andando bene. Siamo sempre pronti a denigrarci in Italia, ma devo dire che dalla Regione Lazio, all'Istituto, all'Aeronautica e ai militari tutti, il team è perfetto. È il sistema paese che sta funzionando e deve continuare a farlo. C'è una frase che dice il direttore generale Francesco Vaia e che mi piace tanto. È, lo Spallanzani respira. Un'immagine che trovo molto bella, perché dà il senso del movimento continuo, dell'evoluzione. Quella stessa evoluzione che ci porterà fuori dal Covid».
 

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Ultimo aggiornamento: 10:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA