Covid, dalla prevenzione alle cure: «Così ci aiuta la vitamina D». Ecco lo studio che lo dimostra

Sabato 17 Aprile 2021 di Graziella Melina
Covid, dalla prevenzione alle cure: «Così ci aiuta la vitamina D»

Per combattere il Covid «può essere certamente utile un supplemento di vitamina D». Dopo un anno di pandemia e diversi protocolli per le cure dei pazienti anche a domicilio, Andrea Fabbri, professore di endocrinologia dell’Università Tor Vergata di Roma, ribadisce i benefici dell’utilizzo di un farmaco che forse non tutti prendono sul serio. La vitamina D è ormone che modula la risposta immunitaria e ha un effetto antinfiammatorio e antimicrobico. E gli studi che dimostrano un miglioramento dei pazienti che la assumono nella prima fase della malattia, non sono in realtà pochi, anche se spesso realizzati su un numero di pazienti non esteso. Li ha messi in fila e confrontati, Mario Menichella sul sito della Fondazione Hume. «Sulla base di sempre più numerose evidenze epidemiologiche riportate nella letteratura medico-scientifica - scrive - appare ogni giorno più chiaro come il raggiungimento di adeguati livelli di vitamina D nel sangue sia necessario non soltanto per prevenire le numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane e creare “comorbidità”, ma anche per determinare direttamente una maggiore resistenza alla malattia e, di conseguenza, un netto calo non del numero di infezioni della mortalità e dei ricoveri in terapia intensiva».

 

 

Gli scienziati

 

L’attenzione degli scienziati su questo fronte non manca, come dimostrano del resto gli studi pubblicati sul sito vdmeta.com. L’endocrinologo Fabbri lo aveva già dimostrato analizzando circa 150 pazienti covid. I risultati della ricerca, pubblicata sul Journal of the American college of nutrition, portano alla conclusione che il ruolo della vitamina D può essere importante per la cura del covid. «La totalità dei pazienti che abbiamo esaminato - spiega Fabbri - aveva livelli di vitamina D molto bassi. Abbiamo poi scoperto che i pazienti che avevano i valori più bassi erano quelli più a rischio di sviluppare il covid severo e quindi di andare incontro purtroppo a un esito fatale. Questa ricerca l’abbiamo condotta nella prima ondata di covid dell’anno scorso tra marzo e aprile». Da allora per curare i pazienti che si infettano, stando ai protocolli del ministero della Salute, si tentano strade ben precise. Che però non sembrano puntare molto sull’uso di un farmaco che forse potrebbe comunque contribuire a combattere il covid, almeno nelle fasi iniziali. «In Inghilterra - ricorda Fabbri - è stata fatta una campagna di supplementazione con la vitamina D, proprio perché hanno preso atto che la carenza di questo ormone è un fattore di rischio».

 

 

Le indicazioni

In Italia sono spesso i medici di base che ne consigliano l’assunzione, a seconda dei casi da trattare. In assenza di indicazioni da parte delle autorità sanitarie nazionali, qualche regione prova a gestire i pazienti secondo protocolli che tengono conto anche di questi studi. Come per esempio il Piemonte, che ha deciso di tentare anche la strada della vitamina D e ha stilato un documento in cui viene inserita tra le cure da prescrivere ai pazienti. «Eppure - continua Fabbri - si tratta di un farmaco che costa molto poco, diciamo circa 50 centesimi al giorno, ed è molto sicuro. Sarebbe utile, infatti, darla in modo continuativo e giornaliero piuttosto che somministrare mega dosi una tantum».

 

 

Le categorie

C’è poi una categoria di persone a rischio di contrarre il covid in modo grave che, secondo Fabbri, potrebbe beneficiarne di sicuro. «Le persone obese - spiega - hanno spesso carenza di vitamina D. Sappiamo che l’obesità è un fattore di rischio indipendente per la mortalità da covid. Ma un soggetto obeso già con valori di vitamina D bassi, se purtroppo prende il covid ha una prognosi non favorevolissima. Un dosaggio maggiore può essere utile per rispondere meglio alla malattia e a uscire più velocemente dall’ospedale». Insomma, come precisa l’endocrinologo, gli studi sulla vitamina D ci sono e fanno ben sperare. «Sarebbe quindi opportuno prescriverla per proteggere meglio le persone». 

 

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