Coronavirus, la ricercatrice Vittoria Colizza: «Io, una romana a Parigi: così combatto il morbo. Il nuovo fronte è l'Africa»

Mercoledì 19 Febbraio 2020 di Francesca Pierantozzi
All'Inserm, l'Istituto francese della Sanità e la Ricerca Medica, lo chiamano le labo' des Italiens, il laboratorio degli italiani. Il nome esatto sarebbe EPIcx, per Epidemics in complex environments, lì dentro studiano le epidemie negli ambienti complessi usando modelli matematici. Ora si occupano di Coronavirus. A dirigere la squadra, Vittoria Colizza. Romana del quartiere Trieste, 41 anni, maturità scientifica all'Avogadro, laurea con lode in Fisica alla Sapienza, Dottorato alla Scuola superiore di studi avanzati di Trieste, Università dell'Indiana negli Usa poi a Parigi.

Coronavirus, in Cina i guariti superano i nuovi contagi. Iniziato lo sbarco dalla Diamond Princess

Sul Coronavirus, qual è il vostro lavoro? 
«Quello che abbiamo già fatto per Sars, Mers, Ebola e anche per le epidemie stagionali di influenza: sviluppiamo studi sulle modalità di propagazione nelle popolazioni, produciamo scenari che simulano cosa potrebbe succedere e stimano rischi».

E i rischi sono grossi?
«Diciamo che avevamo previsto che in Europa, i casi si sarebbero dichiarati in Inghilterra, Francia, Germania e Italia. Adesso è sull'Africa che stiamo lavorando in particolare Egitto, Algeria e Sudafrica saranno i Paesi più esposti».

Dica la verità, si sente un po' cervello in fuga? 
«Ma no! (ride). Dopo gli Usa sono tornata a Torino, all'Isi, ed è proprio lì che ho vinto la borsa Starting Grant del Consiglio europeo per la ricerca. Sono molto grata all'Italia». 

Perché Parigi e l'Inserm? 
«Ho dovuto passare un concorso molto difficile, incredibilmente selettivoma è quello che cercavo: io sono una fisica teorica di formazione, ma lavoro da sempre in ambienti multidisciplinari tra matematici, immunologi, virologi e anche policy-makers. Faccio parte di una task force che si chiama reacting che punta a rispondere in modo rapido e efficace a emergenze epidemiche». 

Nel laboratorio che dirige ci sono praticamente quasi soltanto nomi italiani. Nemmeno loro cervelli in fuga? 
«Ma no. Però non è nemmeno un caso: gli studenti e i ricercatori italiani sono bravissimi. È naturale che accada nella mia squadra, perché ho tanti contatti con università italiane. Sono tutti eccellenti. Ma parlare di fuga di cervelli è un non senso nell'ambito scientifico. È un'idea che sembra sottintendere che sarebbe giusto restare, non muoversi, quando invece viaggiare, avere esperienze professionali all'estero, è fondamentale». 
  © RIPRODUZIONE RISERVATA