Aspirina efficace contro il Covid? Meno morti e ricoveri in terapia intensiva, molti studi lo confermano

Lunedì 22 Marzo 2021 di Francesco Padoa
Aspirina efficace contro il Covid? Meno morti e ricoveri in terapia intensiva, molti studi lo confermano

Remdesivir, idrossiclorochina, clorochina, ibuprofene, eparina, desametasone, corticosteroidi. Tanti, più o meno sconosciuti ai non addetti ai lavori, sono i nomi di farmaci o principi attivi che sono stati studiati in questi mesi e che sono stati indicati come adatti a prevenire, curare o anche solo ridurre l'effetto del contagio da Covid sui pazienti. Ma alla fine ce n'è uno, il più popolare, il più conosciuto, forse anche il più economico, che può aiutare effettivamente chi ha contratto questo maledetto virus che ha sconvolto la vita dell'umanità. L'aspirina. Lo confermano nuove ricerche, che ribadiscono quando già affermato da altri studi, effettuati anche in Italia. Non si deve saltare a facili conclusioni, ma l’aspirina potrebbe essere un candidato promettente per il trattamento di Covid-19 e per la prevenzione dell’infezione. L'aspirina a basse dosi (mediamente 81 milligrammi),  secondo quanto si evince da uno studio americano, l'ultimo della serie, realizzato dalla George Washington University pubblicato sulla rivista Anesthesia & Analgesia, può aiutare a proteggere i polmoni e ridurre la necessità di dover utilizzare i ventilatori polmonari nei casi più gravi. Le pasticche di aspirina terrebbero anche i pazienti lontani dalle unità di terapia intensiva e possono ridurre il rischio di morte, probabilmente prevenendo piccoli coaguli di sangue.

 

 

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L'aspirina è uno dei farmaci da banco più ampiamente disponibili. Il suo costo, di pochi centesimi per dose, è minimo rispetto ad altri farmaci anti-Covid comunemente usati come il remdesivir, che può costare migliaia di dollari per un tipico ciclo di trattamento. L'aspirina può aiutare a prevenire la formazione di coaguli di sangue, motivo per cui alle persone che hanno avuto un attacco di cuore viene spesso consigliato di assumere un'aspirina per neonati ogni giorno. «Il motivo per cui abbiamo iniziato a prendere in considerazione l'aspirina per il Covid è perché nella primavera dello scorso anno ci siamo resi conto che tutti questi pazienti hanno iniziato ad avere molte complicazioni trombotiche, o molti coaguli di sangue che si sono formati in tutto il corpo», ha spiegato il dottor Jonathan Chow , assistente professore di anestesiologia e medicina di terapia intensiva presso la George Washington School of Medicine and Health Sciences. «Questo è il motivo per cui abbiamo pensato che l'utilizzo di un agente antipiastrinico, o un anticoagulante, come l'aspirina, potrebbe essere utile nel contrastare il Covid-19». Il team ha esaminato le cartelle cliniche di 412 pazienti ricoverati in diversi ospedali statunitensi tra marzo e luglio 2020. Circa il 24% dei pazienti ha ricevuto aspirina entro 24 ore dal ricovero ospedaliero o nei sette giorni prima del ricovero ospedaliero. Ma la maggior parte, il 76%, non ha ricevuto il farmaco. Secondo i ricercatori, l'uso di aspirina era associato a una riduzione del 44% della ventilazione meccanica, una riduzione del 43% dei ricoveri in terapia intensiva e una riduzione del 47% della mortalità intraospedaliera.

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Lo studio milanese

Ma ad arrivare a queste valutazioni, e a renderle note già nell'autunno scorso, erano stati alcuni ricercatori italiani: avevano scoperto il meccanismo responsabile delle complicanze trombotiche nei malati di Covid-19, gettando le fondamenta scientifiche per «l'uso di farmaci in grado di bloccarlo, come la comune Aspirina, per ottimizzare la terapia». Lo studio è stato guidato dal Centro cardiologico Monzino e dall'università Statale di Milano, in collaborazione con l'Istituto Auxologico italiano e l'università di Milano-Bicocca. I risultati sono pubblicati sul "Journal of the American College of Cardiology: Basic to Translational Science". Il lavoro ha analizzato in 46 pazienti Covid, ricoverati all'ospedale San Luca-Irccs Auxologico, lo stato di attivazione delle cellule del sangue mediante analisi citofluorimetrica, e lo ha confrontato con quello di persone sane e di cardiopatici. A guidare il team Marina Camera, responsabile dell'Unità di Ricerca di biologia cellulare e molecolare cardiovascolare del Monzino, e professore associato di Farmacologia in Statale, in collaborazione con Gianfranco Parati e Martino Pengo dell'Auxologico e della Bicocca.

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«Il messaggio clinico più forte della nostra ricerca - spiega Camera - è che per tutti i casi di Covid-19 la terapia può essere ottimizzata inserendo l'anti-aggregante più noto e diffuso: l'acido acetilsalicilico, cioè l'Aspirina. I protocolli terapeutici attualmente in uso prevedono l'uso di eparina, che è un anticoagulante, tipicamente indicato per il trattamento dei trombi venosi, derivanti per lo più dall'allettamento o dalla mancanza di movimento fisico. L'attivazione piastrinica che abbiamo documentato nel nostro studio, e che è stata confermata anche in altri studi internazionali, suggerisce l'utilizzo specifico di un antiaggregante. L'analisi osservazionale pubblicata si pone come razionale scientifico dei trial clinici attualmente in corso che stanno valutando l'efficacia degli antiaggreganti nel trattamento delle temibili complicazioni trombotiche dell'infezione da Sars-CoV-2».

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Il caso dei pazienti affetti da polmonite

«I pazienti con forme gravi di polmonite da Sars-CoV-2 soffrono di ipossiemia non solo per l'infiammazione degli alveoli polmonari, ma anche per la presenza di micro e macro trombi nel sangue, che possono occludere i vasi polmonari», ricorda Camera. «Nella prima fase del nostro studio - dettaglia la ricercatrice - abbiamo evidenziato come l'attivazione piastrinica presente in questi pazienti possa essere responsabile della formazione di questi trombi. Quando l'organismo viene attaccato da agenti patogeni, come il Sars-CoV-2, attiva la sua risposta immunitaria rilasciando nel sangue delle proteine chiamate citochine infiammatorie, tra cui l'interleuchina-6. A volte, tuttavia, questa reazione può essere esageratamente violenta, e il rilascio di citochine eccessivo, tanto da dare luogo alla cosiddetta "tempesta citochinica". In queste circostanze l'endotelio dei vasi sanguigni si attiva e, riducendo la produzione di prostaciclina e ossido nitrico, due importanti fattori anti-aggreganti, perde il controllo sulle piastrine. Anche i monociti e i granulociti circolanti si attivano, e ognuna di queste cellule rilascia nel flusso sanguigno delle microvescicole che hanno un elevato potenziale protrombotico. In questo contesto le numerose piastrine attivate si aggregano con i granulociti e monociti circolanti e, insieme alle microvescicole, concorrono alla formazione dei microaggregati che possono ostruire il microcircolo polmonare».

 

Aspirina, i risultati di altre ricerche

Aspirina, dunque. Altre ricerche studi hanno ottenuto risultati simili. Uno studio, pubblicato sulla rivista PLOS One, ha esaminato più di 30.000 veterani statunitensi con Covid-19 e ha scoperto che coloro che già assumevano aspirina avevano la metà del rischio di morire rispetto a quelli a cui non erano state prescritte le pillole quotidiane. Uno studio condotto dai ricercatori del Leumit Health Services, della Bar-Ilan University e del Barzilai Medical Center in Israele ha messo in luce, infatti, che le persone che assumono la cardioaspirina (che ha un dosaggio minore della normale aspirina) si ammalano meno di Covid-19, e anche coloro che manifestano i sintomi guariscono e si negativizzano prima. Si tratta tuttavia di risultati preliminari che devono essere confermati da studi clinici randomizzati, che tengano anche conto del rapporto rischio-beneficio dell’assunzione di questo farmaco (che ha ovviamente effetti collaterali). Sapendo che l’assunzione di aspirina dà beneficio in caso di infezioni da parte di virus a rna (come il coronavirus) e che ha un effetto sul sistema immunitario tale da supportare le difese dell’organismo, alla luce anche di altre indagini precedenti, gli autori della ricerca, pubblicata sul Febs Journal, hanno voluto constatare se potesse esserci una correlazione tra l’assunzione di aspirina e Covid-19. Così hanno analizzato le informazioni relative a 10.477 persone sottoposte a tampone molecolare tra il primo febbraio e il 30 giugno 2020, verificando quanti tra coloro in terapia con cardioaspirina (75mg) per la prevenzione di malattie vascolari fossero risultati positivi al coronavirus, quanti si fossero ammalati e in quanto tempo fossero eventualmente guariti. Ciò che è emerso da questo studio retrospettivo è che le persone che assumono cardioaspirina avrebbero il 29% di probabilità in meno di essere positive al coronavirus. Inoltre molte delle persone in terapia con cardioaspirina risultate invece positive al test molecolare non hanno poi mostrato sintomi. Come osservato anche in altri studi retrospettivi, i dati israeliani confermano che la somministrazione di aspirina durante Covid-19 è associata a una precoce negativizzazione e a una ripresa più rapida dalla malattia. «Questa osservazione del possibile effetto benefico di basse dosi di aspirina sull’infezione da Sars-Cov-2 è preliminare ma sembra molto promettente», ha commentato Eli Magen del Barzilai Medical Center, che ha guidato lo studio. Tuttavia, sottolineano gli esperti, servono ulteriori studi randomizzati controllati per appurare i potenziali benefici dell’aspirina come aiuto per la prevenzione dell’infezione e come trattamento sintomatico.

 

 

 

 

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I casi analizzati a Yale

L’università di Yale, nel New Haven, ha analizzato dati clinici di 2.785 pazienti trattati in diversi sottogruppi con aspirina, enoxaparina o eparina, a dosi “intermedie” o “profilattiche” (più basse). Sui pazienti ricoverati in ospedale per Covid-19 che sono stati reclutati nell’analisi si è riusciti a comprendere che l’anticoagulante enoxaparina o eparina a dosi “intermedie” è stato associato a probabilità significativamente più basse di morte in ospedale. Analogamente, l’uso di aspirina in ospedale rispetto a nessuna terapia anti-piastrinica è stato associato a una probabilità significativamente più bassa di morte in ospedale. Secondo lo studio, l’aspirina potrebbe funzionare in termini di efficacia e sicurezza anche nei pazienti trattati a domicilio, ma per arrivare ad una conclusione definitiva «servono altri studi, allo stato attuale non esiste una sperimentazione su pazienti trattati a casa», spiega Alessandro Santin, Responsabile del team di ricerca per la prevenzione delle malattie e Direttore del dipartimento di oncologia di Yale School of Medicine.

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Altri lavori sembrano essere in linea con le conclusioni di questo maxi-studio di Yale. Tra gli altri, quello dell’Università del Maryland, pubblicato nei mesi scorsi. Anche questo è uno studio retrospettivo osservazionale, su una coorte di 412 pazienti Covid-19 trattati tra marzo 2020 e luglio 2020. L’uso dell’aspirina è stato associato a un minore rischio di ventilazione meccanica, di ricovero in terapia intensiva e di mortalità in ospedale. Lo studio è stato condotto dal team di Michael Mazzeffi, Direttore di Anestesiologia e Medicina Critica della University of Maryland School of Medicine, negli Stati Uniti. Dal punto di vista meccanico, Covid-19 è associato all’ipercoagulabilità e alla microtrombosi polmonare, e l’aspirina può mitigare questi effetti. Questo studio-pilota supporta il ruolo dell’aspirina come potenziale terapia aggiuntiva contro Covid-19. L’uso dell’aspirina è stato definito come somministrazione entro 24 ore dal ricovero in ospedale o nei 7 giorni precedenti il ricovero. La plausibilità biologica dell’ipotesi si basa sulla capacità dell’aspirina di inibire l’aggregazione piastrinica nei polmoni, che potrebbe ridurre i microtrombi polmonari e le conseguenti lesioni polmonari. L’uso dell’aspirina può essere dunque  associato a risultati migliori nei pazienti ospedalizzati per Covid-19.

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Da tempo in Italia tra la comunità scientifica si discute della necessità di somministrare aspirina (o altro Fans) sin dalla comparsa dei primi di Covid: l’esperienza clinica di centinaia di medici dimostra che è fondamentale intervenire subito, senza aspettare. No quindi a “tachipirina e vigile attesa” che è stata e comntinua ad essere la linea del ministero della Salute. Incomprensibilmente, il ministero procede dritto per la sua strada, a fronte di migliaia di segnalazioni e richieste da parte di medici di base che riescono a curare a casa, senza aggravamento, i pazienti positivi al Covid con sintomi, anche forti. Sostanzialmente tutti i pazienti trattati da subito con aspirina (non tachipirina) non hanno avuto un decorso sfavorevole della malattia e non hanno avuto necessità di ricovero ospedaliero. Nessuno di questi è finito in terapia intensiva e nessuno è morto. Anche il Tar ha smentito l’Aifa. Lo scorso dicembre l'Agenzia Italiana del Farmaco aveva pubblicato un documento nel quale raccomandava proprio “vigile attesa” e paracetamolo/tachipirina per i pazienti Covid lievi a casa nelle prime 72 ore. A questa decisione si è opposto il “Comitato Cura Domiciliare Covid-19” guidato che ha presentato e vinto un'istanza cautelare contro il Ministero della Salute e Aifa per la libertà di scelta sui farmaci da adottare nella terapia. Ma l'Aifa esprimerà nei prossimi giorni un documento ufficiale «contro un uso preventivo o profilattico di farmaci come aspirina, tachipirina o eparina, antinfiammatoria. Non c'è motivo di usare farmaci preventivi o dopo la vaccinazione perchè non c'è alcun nesso dimostrato. Non ci sono indicazioni neanche per donne che usano la piollola», ha dichiarato il direttore dell'Aifa Nicola Magrini.

Ultimo aggiornamento: 23 Marzo, 18:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA