Il regista Antonio Capuano: «Mi chiamano maestro ma io sono l'opposto del Narciso. I selfie? Ti rubano qualcosa»

Antonio Capuano con Paolo Sorrentino
Antonio Capuano con Paolo Sorrentino
di MARIA PIRRO
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Giovedì 9 Giugno 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 06:50

E' l’anti-narcisista per eccellenza, il regista Antonio Capuano. «Sì, non lo sono e non lo sarei. Anzi, sono uno che si critica sempre ferocissimamente. Non mi accontento».

Cosa vuol dire?

«Che ognuno ha il pubblico e gli amici che si merita, e, alla fine, la vita che ha costruito, anche tra difficoltà e casini».

Come si riconosce un narcisista?

«È uno che “se la pensa”, la meravigliosa sintesi in napoletano».

Oramai tutti la chiamano maestro.

«Ma è terribile. Come devo fare per vietarlo...»

Dovrebbe chiederlo al premio Oscar Paolo Sorrentino.

«Al di là di Paolo, già a 60 anni, dopo aver fatto un po’ di cose, mi chiamavano così. Maestro di che?».

Da tempo lei è nel mondo del cinema.

«In una posizione laterale».

Sono tanti i narcisisti nello star system?

«Credo proprio di sì. Però, onestamente e modestamente, come i salumieri o come il cameriere al ristorante: cosa cambia?»

Il fenomeno è soprattutto maschile?

«Sì e, i maschi, comincio a detestarli. Oggi mi ha scritto una cara amica per spiegarmi come fare le melanzane a funghetto, visto che sono rimasto solo ultimamente. Ho dovuto risponderle: “Ma tu credi che io abbia la pazienza, l’accortezza e l’amore di una donna?”. Non so fare le melanzane, non posso farle».

Però, sapeva fare i tuffi a mare: così conquistò quella che è poi diventata sua moglie per tutta la vita.

«Sì, cercai di farmi notare sulla scogliera dopo che già in strada mi aveva allontanato».

Da quell’amore ha avuto una figlia incantevole. Nel mito greco, però, la bellezza si rivela più una sventura che una fortuna: oggi è davvero così?

«Non dovrebbe essere così, ma dipende da come usiamo e offriamo la bellezza, da chi ci si vuole far guardare. Siamo anche noi carichi di cattiveria, malizia e... narcisismo».

Lei si concede ai selfie?

«Non mi piace essere fotografato. C’è un racconto di Corrado Alvaro che parla di una ragazzina che non voleva essere ritratta per paura che le rubassero l’anima. Ed è un po’ così. La fotografia ti porta via qualcosa».

Dietro il fenomeno dei selfie, c’è anche la ricerca di un riconoscimento di sé stessi?

«Certo, di una identità».

Che ne pensa dell’uso esagerato di smartphone e di social?

«Che così tutto è stritolato. È come se fosse il nostro fine: macerare e distruggere tutto. Non a caso, stiamo facendo una guerra perché abbiamo questa “sventura”».

La solitudine sembra essere il vero male del nostro tempo.

«Ecco perché c’è questo accanimento a stare sempre insieme, ma c’è lo stesso una solitudine ovunque...».

Così il termine narcisismo descrive una condizione anche culturale. In che misura il cinema può incidere?

«Può far riflettere, ma anche l’opposto, perché tutto possiede il contrario di ciò che si vuole dimostrare: è così per definizione. E io sono il positivo e il negativo di me stesso».

Anche il narcisismo può essere benigno e maligno.

«Certo, esiste anche quando non è patologico».

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