Amiloidosi, nuove cure per liberare gli organi "soffocati"

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di Maria Rita Montebelli
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Giovedì 9 Giugno 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 06:49

Un affanno che aumenta di giorno in giorno, le caviglie che si gonfiano, formicolii insistenti ai piedi e dolori da tunnel carpale alle mani.

Questi alcuni dei possibili sintomi delle amiloidosi, un gruppo di malattie rare (tra sistemiche e localizzate ne esistono 36 forme diverse) causate dall’accumulo di grandi quantità di proteine nei tessuti e negli organi. «L’amiloide – spiega il professor Giovanni Palladini, ordinario di Biochimica all’Università di Pavia e direttore del Centro per lo studio e la cura delle amiloidosi sistemiche del Policlinico San Matteo di Pavia – oltre a “soffocare” gli organi con i suoi depositi, ha anche un’azione tossica diretta sui tessuti. Nel caso delle forme sistemiche, che interessano cioè tutto l’organismo, gli organi più colpiti sono il cuore, coinvolto nell’80% circa dei pazienti, il rene nei 2/3 dei casi, il sistema nervoso periferico (15%), il fegato e i tessuti molli. Una delle forme sistemiche più frequenti è quella “a catene leggere” (AL), causata dall’accumulo di frammenti di anticorpi (le catene leggere) prodotti dalle plasmacellule, cellule del midollo osseo. A essere colpiti sono in genere i sessantenni, con una certa prevalenza nei maschi (55%). In Italia se ne diagnosticano circa mille nuovi casi l’anno».

GLI ESAMI

 I sintomi d’esordio sono generalmente quelli legati allo scompenso cardiaco, ma a volte sono preceduti da manifestazioni come la sindrome del tunnel carpale (soprattutto forme bilaterali) o la stenosi del canale midollare. Nell’amiloidosi di tipo AL oltre allo scompenso cardiaco c’è sempre un’abbondante perdita di proteine nelle urine, attraverso i reni (sindrome nefrosica) e un ingrandimento del fegato con stasi della bile, che determina un aumento di fosfatasi alcalina e gamma GT nel sangue. A volte è presente anche un interessamento del sistema nervoso periferico che si manifesta con formicolii e bruciori ai piedi (parestesie). Possono essere presenti anche problemi al sistema nervoso autonomo; alcuni pazienti, ad esempio, “guariscono” da un’ipertensione di lunga durata, per poi sviluppare una grave ipotensione; nei maschi può comparire disfunzione erettile. «Una malattia rara, che si manifesta con questa pletora di sintomi aspecifici – sottolinea il professor Palladini – è molto difficile da riconoscere. La diagnosi, infatti, arriva in genere tardivamente perché la malattia è poco nota». Gli esami di base che possono mettere in allarme sono la presenza di proteine nelle urine e un ecocardiogramma con un aspetto tipico dell’interessamento cardiaco da amiloidosi. Ma per la diagnosi definitiva serve il “medico dell’amiloidosi”, un professionista che lavora in un centro di riferimento, che vede molti pazienti ed è dotato di tecnologie specifiche e sofisticate. Quello del San Matteo di Pavia è il principale centro di riferimento in Italia; qui si fanno oltre 4.000 visite e 300-350 nuove diagnosi di amiloidosi l’anno.

I PROGRESSI

 «Molto importante – spiega il professor Palladini – è individuare a uno stadio presintomatico l’amiloidosi AL, perché l’evoluzione di questa grave malattia è estremamente rapida e quindi è fondamentale fare diagnosi precoce; un ritardo può costare la vita al paziente. Una popolazione a rischio è rappresentata dai pazienti con gammopatia monoclonale di significato indeterminato (MGUS), dovuta alla proliferazione eccessiva di plasmacellule, le cellule del sistema immunitario che producono gli anticorpi; uno screening effettuato su questi pazienti potrebbe consentire di individuare precocemente casi di amiloidosi AL». La ricerca nell’area onco-ematologica, in cui rientra l’amiloidosi AL, sta facendo progressi. «È un settore nel quale siamo impegnati da molti anni – ricorda il dottor Danilo Arienti, medical manager, area terapeutica Ematologia, Janssen Italia – Questo ci ha permesso di fornire importanti soluzioni terapeutiche per il mieloma multiplo, la leucemia linfatica cronica, la leucemia mieloide acuta. Di recente, ci siamo focalizzati anche su forme più rare di tumori ematologici, come l’amiloidosi da catene leggere (AL). Per quanto riguarda l’amiloidosi AL, lo studio di fase 3 ANDROMEDA, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha dimostrato che l’aggiunta di daratumumab, un anticorpo monoclonale anti-CD38, aggiunto alla terapia tradizionale, riduce la quantità di catene leggere e migliora la funzionalità degli organi interessati dai depositi di amiloide. Siamo convinti che questo farmaco possa avere un impatto significativo sui pazienti affetti da questa patologia». 

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