Tumori urologici, con immunoterapia più sopravvivenza nelle "forme difficili"

Domenica 13 Ottobre 2019
 L'immunoterapia è la 'protagonistà nel trattamento post-chirurgico di alcuni tumori urologici, anche difficili e complessi: il carcinoma renale avanzato, 129 mila casi in Italia (85 mila fra gli uomini e 45 mila circa fra le donne, di cui sono attesi rispettivamente per il 2018 oltre 8 mila e 4.500 nuove diagnosi), il tumore vescicale non muscolo-invasivo di alto grado e/o casi metastatici selezionati, patologia con cui convivono oltre 277 mila persone (219 mila uomini vs 58 mila donne con casi attesi per il 2018 pari a 24 mila e 5.700), il tumore della prostata che interessa 500 mila maschi, cui si aggiungeranno per il 2018 37 mila nuovi casi secondo i dati Aiom (Associazione italiana oncologia medica).

Se ne parla a Venezia al 92° Congresso nazionale della Società italiana di urologia (Siu), in una tavola rotonda organizzata in collaborazione con la American Urological Association. Forme tumorali che 'bersagliatè con specifici e innovativi anticorpi monoclonali, già approvati negli Usa dalla Food and Drug Administration, sembrano mostrare la propria efficacia in studi clinici in gran parte già in fase III, apportando significativi miglioramenti in termini di risposta alla malattia e aumento della sopravvivenza. Dati positivi sia in caso di monoterapie, con il solo anticorpo monoclonale, ma con aspettative ancora più promettenti quando combinati ad altri chemioterapici. 

In particolare, un trial clinico di fase III su 800 pazienti con carcinoma renale avanzato in trattamento, evidenzierebbe un aumento della sopravvivenza totale. Con altro trattamento diverso da immunoterapia si passa infatti da 25 mesi a poco più di 19. Registrati anche un miglioramento del tempo libero da progressione di malattia (oltre 11 mesi vs poco più di 8), alta tollerabilità e scarsi effetti collaterali. Prognosi sensibilmente migliori si sono avute per le neoplasie uro-vescicali, anche per alcune forme in metastasi, sottoposte a trattamento con 5 anticorpi monoclonali, di cui le maggiori attese sono rivolte ad atezolizumab, approvato nel 2016, e indicato in pazienti mai trattati o non candidati a chemioterapia.

Efficacia confermata da uno studio di fase III che attesta la superiorità dell'immunoterapia rispetto alla chemioterapia, mentre c'è attesa per i risultati riguardo la terapia combinata. Non ultimo, il tumore alla prostata secondo alcuni studi clinici beneficerebbe da una (immuno)terapia cellulare autologa, costituita da un particolare vaccino (purtroppo ancora non disponibile in Italia), efficace nel migliorare di circa 4 mesi la sopravvivenza in pazienti asintomatici. La novità terapeutica, in Italia, è invece rappresentata dall'utilizzo di vaccini 'personalizzatì che sfruttano più antigeni associati al tumore in base all'immunità dell'ospite, ottimi candidati per il trattamento di forme di tumore prostatico resistente alla castrazione e non trattato in precedenza con chemioterapia.
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