Covid, Vaia (direttore Spallanzani): «Aperture, ma serve cautela. Un’app per andare allo stadio»

Mercoledì 21 Aprile 2021 di Mauro Evangelisti
Covid, «aperture ma serve cautela»: l'intervista a Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Istituto Spallanzani

«Giusto riaprire, con gradualità e prudenza. Ma sfruttiamo il tempo che ci concederà l’estate per riorganizzare le scuole per settembre: servono classi meno numerose, impianti di ricambio dell’aria, più spazi, trasporti pubblici potenziati. Serve un piano Marshall». Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Istituto Spallanzani, concorda con la linea del governo: aperture con responsabilità. E per i prossimi mesi, quando il numero delle dosi a disposizione sarà molto alto, secondo lui sarà giusto concedere ai cittadini di scegliere, dopo avere sentito il proprio medico di base, quale vaccino ricevere. Ultimo tassello: il ritorno a una vita che assomigli a quella di prima deve consentire anche di rivivere i grandi eventi pubblici, come assistere una partita di calcio allo stadio. «E per quello stiamo studiando una app, da installare sullo smartphone, che con un qr-code invia a un lettore elettronico all’ingresso tutti i nostri dati, se siamo stati vaccinati o se abbiamo eseguito un tampone nelle ultime 48 ore».

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Lei ripete sempre: è venuto il momento di riaprire.
«Mi faccia spiegare. Partiamo dalla nostra prima arma a disposizione, il vaccino. Dobbiamo mettere in campo tutti quelli che ci sono, non possiamo tollerare questo bilancio così alto quotidiano di morti. Dobbiamo abbattere il tasso di letalità e con i vaccini otterremo questo risultato. Allo stesso tempo stiamo abbassando il tasso di ospedalizzazione. Mi faccia aggiungere: il modello italiano, con le aperture basate sul reale andamento dell’epidemia, sta funzionando, è sbagliato pensare che gli stranieri siano sempre più bravi. Se sapremo aggiungere anche il potenziamento della sicurezza sanitaria nelle scuole e nel trasporto pubblico, potremo definirci un Paese all’avanguardia, quanto meno in Europa».

Lei dice: usiamo tutti i vaccini. Pensa che per AstraZeneca e Johnson&Johnson le indicazioni sui limiti di età vadano applicate con flessibilità.
«Penso proprio di sì, sono solo raccomandazioni. E penso anche che, quando avremo più dosi a disposizione, vada data la possibilità ai cittadini di scegliere quale vaccino vogliono, ovviamente dopo avere sentito il proprio medico di base. In altri termini: con prudenza e con il consiglio del medico di famiglia mi oriento sul vaccino migliore per me, per le mie condizioni di salute».

Torniamo alle riaperture. Sono giustificate?
«Sì. Il Paese deve uscire da questa depressione, le riaperture, con cautela, controlli e rispetto delle regole, sono anche una forma di premialità per i sacrifici affrontati dagli italiani. Riappropriamoci degli spazi all’aperto, dove è molto più improbabile la trasmissione del virus. E non sprechiamo il tempo che ci concederà l’estate».

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Cosa intende?
«Dobbiamo organizzare le scuole per l’autunno: penso a impianti di circolazione dell’aria, spazi più ampi e classi meno numerosi, più offerta del trasporto pubblico, coinvolgendo i privati, anche gli ncc e i taxi».

Non si tratta di una operazione semplice: lei parla di classi meno numerose, ma solo per fare questo servirebbero più insegnanti.
«Forse non è chiaro che quella con il Covid è una guerra, che nulla sarà più come prima. Serve un piano Marshall».

Nuova normalità è anche il pass vaccinale? Anzi, forse sarebbe meglio chiamarlo pass sanitario, visto che si baserà anche sull’effettuazione di un tampone.
«Esatto. In queste ore incontrerò il presidente della Figc, Gabriele Gravina, si sta studiando una app con la quale entrare allo stadio, che memorizza i nostri dati (se siamo stati vaccinati o se abbiamo eseguito un tampone nelle ultime 48 ore) che ci fornirà un qr-code da passare sotto un lettore elettronico all’ingresso. In questo modo si può tornare allo stadio in sicurezza, ad esempio per gli europei».

Allo Spallanzani state sperimentando gli anticorpi monoclonali. Che tipo di risposta avete avuto? Ci sono già delle conclusioni?
«Prima di tutto, abbiamo capito che è stato giusto puntare su questo tipo di terapia. Sono già cento i pazienti a cui sono stati somministrati. Al follow up oltre il 90 per cento è guarito o non ha sviluppato la malattia grave. Va premesso, però, che gli anticorpi monoclonali non vanno bene per qualsiasi tipo di paziente, se la malattia è già in stato avanzato non danno risultati. Sono utili su soggetti che possiamo considerare a rischio perché hanno delle comorbidità e si trovano tra il terzo e il quinto giorno della malattia. Questo va spiegato con chiarezza per non alimentare aspettative sbagliate nella gente. Per il futuro si punta a migliorarli e ad ampliare il tipo di utilizzo, potranno diventare una forma di profilassi, aiuteranno a prevenire la malattia nei soggetti più fragili».

A che punto è la collaborazione con Gamaleya per la sperimentazione del vaccino Sputnik?
«Ora siamo nella fase di studio dell’effetto di questo vaccino sulle varianti di Covid-19. Torno a ripetere ciò che ho sempre detto: dobbiamo usare tutti i vaccini che dimostrino di essere efficaci e sicuri, andando oltre a pressioni di lobby economiche e a ragioni geopolitiche».

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 00:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA