Riaperture, Galli: «Tamponi a chi parte? Inutili. Per essere sicuri bisognava aspettare luglio»

Mercoledì 3 Giugno 2020 di Claudia Guasco

Dice che il passaporto sanitario o il certificato di negatività servono «solo a complicarci la vita, perché sono irrealizzabili, non particolarmente utili né sostenibili scientificamente». E allora, professore, è meglio accantonare gli esami a cui le regioni meno colpite dal Covid vorrebbero sottoporre chi varca i confini? «In quanto lombardo potrei essere accusato di conflitto di interessi, tuttavia si tratta di progetti impraticabili», afferma Massimo Galli, primario di Malattie infettive all'ospedale Sacco di Milano.

Dunque come possono tutelarsi le regioni meno colpite?
«Non abbiamo molte scelte. O si decide che si tiene chiuso, oppure se riapriamo i confini tra regioni dobbiamo alzare il livello di prudenza. Che significa riconoscere gli eventuali focolai, monitorare chi si sposta, rafforzare la rete sanitaria territoriale. Alla domanda astratta e teorica se io avessi aperto i confini risponderei: a luglio, forse».

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Sicuro ma impraticabile.
«Infatti, non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo inventarci una vita per convivere con il virus, dunque adottare provvedimenti come il distanziamento e il tracciamento».

E l'ipotesi delle riaperture differenziate? Prima le regioni virtuose, ultime quelle con più contagi?
«Sono decisioni che dovevano essere prese a tempo debito. Se bisogna far ripartire le attività economiche, a questo punto deve avvenire in tutto il Paese».

La vacanza però è un'altra questione.
«Il passaporto sanitario comunque non serve. Facciamo un esempio. Il governatore di una bella isola dice: Voglio che tutti i turisti che arrivano da noi abbiano la patente di negatività da virus. Ebbene, nessun test dà il cento per cento di garanzia della non infettività di un soggetto. Se una persona si fosse infettata tre giorni fa e facesse il tampone oggi, con buona probabilità sarebbe negativo e tra tre giorni positivo. Quindi non si avrebbe alcuna certezza assoluta».

Tant'è che c'è chi propone la quarantena.
«Se una località turistica impone due settimane di isolamento, nessuno si sogna nemmeno di andarci. Quanto agli esami tra una regione e l'altra, dove avvengono? Ai confini? E come si fanno, con tamponi eseguiti a bordo dei treni e degli aerei?».

Quale può essere la soluzione?
«Arrivare con maggiore vicinanza alle persone grazie a un servizio sanitario attivo sul territorio. Lo stesso sistema che oggi chiede di accertare la positività o meno al virus è quello che, nel pieno dell'epidemia, diceva ai malati di Covid state zitti e buoni a casa e misuratevi la febbre. Forse era il caso che si riorganizzasse, sarebbe stato utile per intervenire preventivamente. Ora stiamo riaprendo tutelandoci con mascherine e distanziamento sociale. È la panacea? Forse no, di certo siamo tutti più attenti a identificare i focolai».

E siamo anche in grado di arginarli?
«Di certo non con il rito serale dei dati sui contagi e sui guariti, con risultati influenzati dai giorni di festa e dai fine settimana. Ora stiamo osservando la coda dell'epidemia, che è caratterizzata da malati meno gravi e un numero minore di decessi. Le morti sono anche meno rapide, avvengono dopo una lunga battaglia. Non ritengo che il virus sia meno aggressivo, ma che la parte centrale e peggiore dell'epidemia paia essersi già espressa. Ora incrociamo le dita, e non limitiamoci a questo».

Uno dei rischi è rappresentato dagli asintomatici.
«Il virus per poter sopravvivere ha bisogno di un ospite, quindi la circolazione è mantenuta da una catena di Sant'Antonio tra ospiti, finché non esplode. E questo è tendenzialmente un virus esplosivo. A noi è arrivato di sponda dalla Germania, da un piccolo focolaio che era stato immediatamente spento, ma la scintilla ormai era partita. Il Covid-19 cova sotto cenere e quando trova la condizione ottimale esplode. Tanto più se abbassiamo la guardia».

Ultimo aggiornamento: 09:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA