Lazio, fuga dei medici verso il Nord: «In Alto Adige una settimana pagata come un mese a Roma»

Molti vanno in Toscana, Emilia o Piemonte dove gli straordinari arrivano a 100 euro l’ora

Lazio, la fuga dei medici verso le regioni del Nord: «Siamo pagati il 40% in più»
Lazio, la fuga dei medici verso le regioni del Nord: «Siamo pagati il 40% in più»
di Francesco Pacifico
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Venerdì 7 Ottobre 2022, 22:32

Li chiamano «medici a gettone» o «dottori con la valigia». Che lasciano i pronto soccorso o le corsie degli ospedali di Roma e Lazio - dove i sanitari sono sempre più rari - e per una o due settimane al mese si trasferiscono in Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte o Liguria, dove i Dea pagano per la “prestazione aggiuntiva”, lo straordinario, cento euro lordi all’ora. Nel Lazio, per la stessa voce, sono riconosciuti 60 euro. Il 40 per cento in meno.

«E non tutte le nostre aziende sanitarie versano lo straordinario - denuncia Giulio Maria Ricciuto, presidente regionale del Simeu (Società italiana della medicina di emergenza-urgenza) - In questo modo la fuga dai pronto soccorso diventa ancora più frenetica, rendendo impossibile colmare i buchi di organico. Ed è difficile dare torto a questi colleghi: un giovane medico con una settimana di guardie in Trentino-Alto Adige (Regione a statuto speciale, quindi con più fondi per la sanità, ndr), per esempio guadagna quello che prenderebbe in un mese da contrattualizzato in un pronto soccorso romano, cioè 4mila euro lorde». A Roma le cronache dei giornali ci restituiscono le immagini di reparti di primo intervento dove si susseguono lunghissime file, pazienti in attesa per giorni di un letto nei reparti, molto spesso anche aggressioni ai danni degli operatori. «Il primo effetto della fuga dei medici in altre regioni - spiega Ricciuto - e che quasi nessuno partecipa ai concorsi per i posti nei pronto soccorso: in quello per l’ospedale San Giovanni si cercavano 153 figure, ma si sono seduti davanti alla commissione in 60, sono risultati idonei 38 e hanno accettato il lavoro in una decina».

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GLI ISCRITTI
Nel Lazio gli iscritti agli ordini medici sono circa 45mila. Nei pronto soccorso laziali lavorano 550, ma ne mancano 400 dottori. I pendolari della sanità sono più di 200 e in questo esercito c’è di tutto: il novello laureato, il neo specializzato come il dirigente medico con 30 di carriera in ospedale che si è dimesso per burnout, per stress. Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, ricorda «di aver firmato soltanto nel 2022 500 good standing, le certificazioni di onorabilità professionali, chieste da altrettanti colleghi per andare a lavorare all’estero. Ma adesso a farci concorrenza sono gli ospedali delle regioni vicine». E pullulano le cooperative di medici, che forniscono agli ospedali il personale che manca. Per esempio a Ciriè, accanto all’unico primario regolarmente assunto, lavorano soltanto medici di una coop capitolina. «Tutto questo accade - aggiunge Ricciuto - perché le voci nei bilanci delle aziende sanitarie sono separate, come fossero dei silos. I fondi per le assunzioni fino all’anno scorso scontavano ancora il blocco. Quindi era complicato assumere. Invece sulla voce beni e servizi non c’è questo paletto, ma più risorse. Di conseguenza si può spendere per le prestazioni occasionali, per pagare a ora e di più, i medici. Personalmente temo che con le cooperative si possa configurare anche l’intermediazione di manodopera, il caporalato, mentre è certo è che stiamo impoverendo la sanità pubblica».

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