Governo, l'apertura di Zingaretti per tenere unito il partito. Ma non sente Di Maio

Domenica 25 Agosto 2019 di Simone Canettieri
Governo, l'apertura di Zingaretti per tenere unito il partito. Ma non sente Di Maio

Dopo l'apericena, il silenzio. Nicola Zingaretti passa il sabato in attesa di un contatto con Luigi Di Maio che però non arriva. Eppure venerdì sera, a casa del sottosegretario Vincenzo Spadafora, i due leader avevano messo sul tavolo le rispettive condizioni «irrinunciabili» per continuare la trattativa. Un muro contro muro, con una subordinata: «Aggiorniamoci domani». Ieri, però i telefoni del segretario Pd e quello del capo politico grillino non hanno avuto contatti. In mezzo c'era, d'altronde, l'uscita pubblica, la prima dopo le dimissioni, del premier Giuseppe Conte al G7. Ascoltato «l'avvocato del popolo» il quadro è cambiato, per certi versi.

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Zingaretti ai suoi ha ribadito «tre no» non negoziabili: «No a un Conte bis, per me ha chiuso con il discorso in Senato, no a Di Maio premier, no a un mio ingresso nel governo». Allo stesso tempo però ha avuto a che fare con la solita complicata gestione del Nazareno, con i renziani sempre pronti a smarcarsi dalla «linea ufficiale». Anche perché l'ex premier fiorentino torna a rivendicare la quasi riuscita dell'operazione anti-Salvini: «È quasi ko, ha chiesto pieni poteri ma rispetto a 15 giorni fa adesso è anche in un angolo. Mi auguro che adesso prevalga la responsabilità. E che si pensi all'Italia, non all'interesse dei singoli».
 

LE TELEFONATE
Zingaretti, anche per natura e formazione, è molto più cauto continua a chiedere «discontinuità», quindi no a Conte, nel caso nasca un nuovo esecutivo rosso-giallo, ma allo stesso tempo registra tutti i segnali controversi che arrivano dal mondo grillino: i militanti pentastellati che sui social contestano l'accordo e rimpiangono la Lega. Ecco, il segretario attende da giorni una dichiarazione netta e ufficiale di Di Maio che annunci la chiusura ufficiale del «forno» con il Carroccio. In privato glielo ha detto («Nicola, non tornerò con Salvini: mi ha tradito una volta e non mi fido più»), ma mancano, appunto, discorsi pubblici e definitivi.

Il segretario, di ritorno da Amatrice per l'anniversario del terremoto, non va al Nazareno. Preferisce il sabato con figlia e moglie. In compenso si riuniscono le anime dem: Dario Franceschini e Andrea Orlando, Maurizio Martina e Paolo Fassino, Paolo Gentiloni e Marco Minniti, Paola De Micheli, Gianni Cuperlo e Francesco Boccia. Mancano i renziani, ancora una volta distanti. Sono tutti in Garfagnana alla scuola politica lanciata da «Matteo». Eccoli: Maria Elena Boschi, Ettore Rosato, Teresa Bellanova, Luciano Nobili. «Lasciate lavorare chi deve lavorare», dice il senatore Renzi, dando l'impressione - ma appunto è un'impressione - di essere estraneo alla trattativa. Nel frattempo al Nazzareno i maggiorenti dem danno il via libera all'ipotesi di premierato per Roberto Fico. «Se il M5S è compatto per noi può essere un candidato sul quale trovare una sintesi», ragiona ancora Zingaretti. Che per un pomeriggio lascia le beghe interne al Pd e si occupa di quelle del M5S («I grillini sono peggio di noi», scherzano, ma non troppo gli uomini del segretario).

LE MOSSE
Perché? Per tutto il sabato il Nazareno viene bersagliato da molti esponenti di primo piano del mondo pentastellato pronti a sostenere l'ipotesi (che lascerebbe così lo scranno più alto di Montecitorio a Franceschini). Il segretario Pd fa trapelare un'apertura nei confronti del capo dell'ala ortodossa dei grillini: «Per me va bene». Una mossa per stanare Di Maio che invece non si fa sentire. Oggi pomeriggio si riuniranno i sei tavoli tematici del Pd, al Nazareno, per preparare le proposte da illustrare ai gruppi del Movimento 5 Stelle in fase di trattativa. Sempre che la trattativa prosegua.
 

Ultimo aggiornamento: 13:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA