Pesaro, lo sfogo di Luciano: «Costole rotte e senza bere per 10 giorni: voglio la verita sulla morte di mio padre»

Sabato 9 Maggio 2020 di Gianluca Murgia
Pesaro, lo sfogo di Luciano: «Costole rotte e senza bere per 10 giorni: voglio la verita sulla morte di mio padre»

PESARO - Antonio Vegliò andava in bicicletta e chiamava i figli al cellulare. Nonostante la sua invidiabile vitalità, un anno e mezzo fa aveva autonomamente deciso («Per essere più sicuro») di andare a Casa Roverella, struttura gestita dal “Consorzio Sociale Santa Colomba”, che con “Casa Aura” costituisce il complesso di residenze per anziani di “Santa Colomba”.

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Lo scorso 29 aprile, a 93 anni, è morto al pronto soccorso di Fano. Il referto medico ha evidenziato due costole rotte e rilevato come, alla base del decesso, ci sia stata una fortissima disidratazione («Non beveva da almeno 10 giorni»). Il figlio, Luciano Vegliò, a nome di tutta la famiglia, ha sporto denuncia ai carabinieri di Pesaro: «Andrò fino in fondo, se qualcuno ha sbagliato la pagherà al 100%».
 
Tutto era iniziato ai primi di febbraio. «Mio padre è stato molto male a causa di una influenza, lo volevo portare al pronto soccorso ma il personale della struttura mi diceva che non c’era bisogno e che bastava l’assistenza del loro medico - è la versione del figlio, Luciano Veglio -. Così è stato: lo hanno visitato, alla mia presenza, e detto che non c’era nulla. Il giorno dopo, però, stava peggio. A quel punto ho preteso, insistendo, che fosse chiamato il 118. In ospedale, a Pesaro, gli hanno riscontrato una bronchite acuta e prescritto una cura di cortisone». 
Bronchite a febbraio
Con l’esplosione della pandemia, il Santa Colomba è stato chiuso anche ai parenti. «Non potevo più vedere mio padre - racconta Vegliò -. Al cellulare lo chiamavo io ma, giorno dopo giorno, aveva la voce rallentata fino a quando non è più riuscito a rispondere. Dalla struttura mi dicevano che era debole. Dopo aver insistito per diversi giorni ho ottenuto che me lo facessero vedere a distanza di sicurezza. Mi hanno detto che lo dovevano far salire su una carrozzina perché “era caduto in camera ma non si era fatto niente” - specifica Vegliò - . Quella mattina siamo andati io e mia moglie. Lo hanno fatto affacciare dalla finestra, tenendolo, mentre noi eravamo in giardino. È stato un colpo al cuore: mio padre si teneva le mani in faccia perché il sole era troppo forte per lui, la testa gli penzolava sul collo, era messo malissimo. Non era più la stessa persona: non parlava, non interagiva, si vedeva che era dolorante. Ho chiesto che lo portassero al pronto soccorso. E il giorno dopo lo hanno portato a Fano». Non aveva il Coronavirus: il tampone effettuato a Casa Roverella era negativo anche se l’esito è arrivato il 28 aprile, quando si trovava al pronto soccorso. «A Fano mi hanno chiesto subito chi lo avesse seguito nell’ultimo periodo… “perché si vede che sono almeno 10 giorni che non beve”. Aveva tutti i valori sballati ormai irreversibili ai reni e al cuore. Infatti è morto la sera dopo, il 29 aprile. Le radiografie, inoltre, hanno evidenziato due costole rotte. Non posso immaginare la sofferenza che ha passato. Noi supponiamo che sia morto perché non è stato adeguatamente seguito e assistito. La struttura garantiva un servizio completo compresa, nel caso di bisogno, una assistenza medica. Nell’ultimo periodo, per mangiare, veniva imboccato. Possibile che nessuno abbia notato che non beveva adeguatamente? Nessuno si è preoccupato di fargli delle analisi? Stava morendo, come poi è accaduto in 24 ore al pronto soccorso. A Fano l’hanno capito subito». 
«Aspettiamo la magistratura»
Fino a un anno e mezzo fa viveva da solo. «Aveva fatto questa scelta perché così si sentiva più sicuro, perché in caso di necessità c’era chi lo poteva subito aiutare. Invece, come per l’influenza e per la caduta, non è andata così. Perché nessuno ha visto come stava? C’era già il precedente della bronchite acuta ignorata. Ho provato a chiedere spiegazioni alla struttura? Io ho perso mio padre, non devo dire più nulla a nessuno. Il dolore è forte. Adesso aspettiamo che la magistratura faccia chiarezza».

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