PESARO - È morto l’avvocato Umberto Levi, uno dei penalisti più conosciuti del Foro di Pesaro. Una notorietà proporzionale alla sua lunga carriera professionale e assolutamente trasversale come testimoniano le incredule e sincere attestazioni di cordoglio e affetto che hanno accompagnato l’annuncio della sua scomparsa.
Levi, che avrebbe compiuto 79 anni a giugno, negli ultimi tempi aveva dovuto combattere con una salute capricciosa che lo aveva fatto entrare e uscire dall’ospedale.
Prima di aprire lo studio (oggi in via Curiel, una vera fucina di futuri legali che vi sono entrati da giovani praticanti) aveva lavorato per la Bnl e l’incarico lo aveva condotto da Bologna a Pesaro. Era nato nel 1943 a Ferrara e aveva attraversato la guerra. Un’esperienza - discendeva da una famiglia ebrea - che l’aveva segnato, anche per la perdita della madre Licia, il 22 aprile 1945, pochi giorni prima della Liberazione. Era bimbo quando un ricognitore americano scambiò dall’alto quella famiglia sfollata per tedeschi e la mitragliò. Una pallottola tagliò i baffi del padre, bucò il cappottino del piccolo Umberto e la mamma, alla finestra, andò in coma diabetico e morì per la paura. A Bologna aveva fatto gli studi classici al liceo Minghetti e si era laureato in Giurisprudenza.
Indeciso tra medicina e legge, dopo una giovinezza definita «scapigliata, avventurosa e bohemien», optò per quest’ultima, motivandone la scelta con una ragionamento antropocentrico: «Quello che mi interessa è l’uomo, e l’altra cosa che si interessa all’uomo oltre alla medicina è il diritto. Nella nostra vita passiamo la maggior parte del tempo a fare ordine, anche a ordinare la società. Dall’esperienza di quelli che sono fuori dalle regole, nascono le regole».
E come entomologo della natura umana Levi non era solo profondamente curioso ma anche colto, appassionato, ironico e umano. Amava il suo lavoro e professionalmente ha legato la sua attività a numerosi processi che hanno avuto risalto sul piano nazionale, tra cui quello alla banda della Uno Bianca e quelli relativi alle Brigate Rosse, a Prima Linea e al Moro Ter assumendo la difesa di alcuni pentiti . «Mi hanno dato il porto d’armi -si divertiva nel tempo a rievocare - perché hanno trovato il mio nome nel covo delle Brigate Rosse come possibile bersaglio». L’Ordine degli Avvocati e la Camera Penale di Pesaro (che ha contribuito a fondare) hanno espresso vicinanza alla moglie e alla famiglia.
La moglie Silvia - con Vanna, Cecilia, Giorgio e Graziella e gli amici cari che l’hanno accudito fino all’ultimo - ha voluto ricordarlo con parole che pennellano un uomo carismatico: «Era amante della vita e curioso del suo tempo, avvocato per passione, marito innamorato e amico generoso». I funerali martedì pomeriggio alle 15.30 nella chiesa del Sacro Cuore a Soria.
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