Autista 118 morto per Covid. La Procura archivia: «Non è certa l'infezione durante il lavoro»

Giovedì 8 Aprile 2021 di Lorenzo Furlani
Giorgio Scrofani, autista soccorritore in servizio presso la postazione del 118 di Calcinelli

PESARO - Nessuna responsabilità penale per la morte di Giorgio Scrofani, secondo la procura della Repubblica di Pesaro non si può configurare il reato di omicidio colposo, con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, per l’infezione fatale di coronavirus che, nella prima ondata della pandemia, costò la vita all’autista soccorritore di 56 anni di Fano, in servizio presso la postazione territoriale di soccorso del 118 di Calcinelli.

 

L’abnegazione lavorativa
È questa la conclusione del pubblico ministero Giovanni Fabrizio Narbone al termine delle indagini preliminari svolte sulla base della denuncia querela presentata da moglie e figlia della vittima, che chiedevano appunto di verificare i profili di responsabilità per il decesso del loro congiunto, conosciuto per la generosità e la grande abnegazione lavorativa, che si trovò a operare sulla prima linea dell’emergenza Covid-19, come dipendente della Croce Europa Valconca, senza una formazione specifica e con dispositivi di protezione individuale insufficienti, secondo quanto hanno testimoniato i suoi colleghi.

Questa è la prima rilevante inchiesta penale che viene definita sulle conseguenze della pandemia, confermando l’indirizzo espresso nei mesi caldi della prima ondata dalla procuratrice Cristina Tedeschini sulle difficoltà di provare i reati di colpa nel contesto straordinario dell’emergenza, anche se in provincia di Pesaro Urbino si registra una mortalità di Sars-Cov-2 (4,6%) di oltre la metà superiore alla media nazionale (3%) e più che doppia rispetto alla media mondiale (2,2%).

Il decesso il 30 marzo 2020
Giorgio Scrofani morì il 30 marzo 2020 al San Salvatore di Pesaro, dopo 15 giorni di intubazione, per gli effetti di una polmonite interstiziale bilaterale. All’ospedale era arrivato il 15 marzo con oltre 40 gradi di febbre, dopo una settimana dall’insorgenza dei sintomi (temperatura alta, mal di testa, diarrea e inappetenza) trattati a casa con Tachipirina e antibiotico su consiglio del medico di base che riteneva poco sicuro l’ospedale appunto per il rischio di contagio di Covid-19 (si era ammalata anche la moglie che guarì senza conseguenze).

Per l’indagine, la procura della Repubblica si è avvalsa delle funzioni di polizia giudiziaria del personale ispettivo dell’Asur Area vasta 1 (sede di Urbino), che ha una competenza specifica in materia di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro ma dipende dall’ente che avrebbe potuto essere chiamato a rispondere di eventuali carenze organizzative posto che la Croce Europa Valconca operava per il servizio di soccorso 118 della stessa Asur in base a una specifica convenzione.

Due motivazioni per l'istanza al gip
Nella richiesta al giudice per le indagini preliminari di archiviazione della posizione dell’indagato Ferruccio Giovannetti, 65 anni, presidente dell’associazione Croce Europa Valconca con sede legale a Mercatino Conca, il pubblico ministero, in base a testimonianze e acquisizioni documentali, rileva che il personale era fornito dei dispositivi di protezione individuale forniti dall’Asur e che le informazioni sulle modalità operative per il rischio di contagio erano state comunicate alla fine di gennaio. Due sono le ragioni che motivano l’istanza di archiviazione: tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, quando Scrofani si infettò, non era noto che i pazienti asintomatici potessero essere contagiosi e quindi non c’erano specifiche norme preventive; inoltre, il rischio di contrarre il virus è ubiquitario, si trova ovunque, pertanto non c’è la certezza che l’autista soccorritore si sia infettato durante il lavoro. Con gli avvocati Giulio Maione e Wakim Khuri, la famiglia ha presentato una netta opposizione all’archiviazione.

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