Aggressione nel piazzale dell’aeroporto: in cella per 51 giorni, ex bodyguard pesarese assolto dopo 6 anni: «Ora denuncio»

Il piazzale dell'aeroporto di Rimini
Il piazzale dell'aeroporto di Rimini
di Gianluca Murgia
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Mercoledì 9 Marzo 2022, 01:45

PESARO  - Sei anni per uscire da un incubo, quattro di processo più 51 giorni di carcere e altri 31 di domiciliari per sentirsi dire «che il fatto non sussiste». Una vita piegata il 5 agosto 2015 ma mai spezzata quella del pesarese Gianluca Oliva, oggi 52 anni, un’attività consolidata nel noleggio auto con un passato nel mondo della security, anche al Palas di Pesaro in occasione delle partite della Vuelle Basket. L’unica sua “colpa”? «Essere la persona sbagliata nel posto sbagliato: sono stato il bersaglio perfetto».

 

I fatti: lui e Omar Protti, impiegato ed ex bodyguard, sono stati assolti nel processo per il violento parapiglia, ritenuto inizialmente spedizione punitiva, avvenuto nel piazzale dell’aeroporto Fellini di Rimini. Il loro proscioglimento è stato totale: assolti dalle accuse di violenza privata e lesioni nei confronti di Giovanni e Kevin Fiore, padre e figlio, «perché il fatto non sussiste» e «perché il fatto non costituisce reato». 

«Quel 5 agosto 2015, invece, mi hanno arrestato senza dire il motivo - racconta oggi Oliva -. C’era un ispettore che ripeteva “se quello muore...”. Quello chi? Domandavo... Ho appreso tutto da una televisione accesa in questura: “Rissa al Fellini, due buttafuori mandano in coma un ragazzo”». Il ragazzo era l’allora 22enne Kevin Fiore. «Stavo andando a Riccione a prendere Omar Protti – ricorda Oliva -. Dovevamo fare servizio di sicurezza a Lugano. Ero in coda con la mia auto all’altezza di Fiabilandia. Passa un furgone, mi striscia la fiancata e fugge. Arrivo dal mio amico, gli racconto l’accaduto. Ci mettiamo in viaggio con la sua auto ma, mentre passiamo davanti all’aeroporto, vedo quel furgone». Facile riconoscerlo: il Van della Mercedes usato dai Fiore era rosso con la scritta “Ti porto dove vuoi”. «Appena mi avvicino al finestrino, Giovanni Fiore mi apre improvvisamente lo sportello in faccia e subito dopo mi dà due pugni. Uno mi rompe un dente. Poi arrivano i figli e il cugino. Sentivo solo urlare. Dio voglia che non abbia reagito…». Perché dall’altra parte del furgone c’era Kevin, steso a terra, finito in coma. La colpa ricade subito su Oliva e Protti, due bodyguard, grandi e grossi. «Sarebbe bastato guardare i filmati delle telecamere di sicurezza – spiega Oliva - Quando è arrivata la polizia pensavo che volessero farmi fare la denuncia per i due pugni che avevo ricevuto. Alle 21, invece, ero in carcere». 

«Mi ero appena trasferito»
Lui e Protti vengono processati per direttissima. E qui s’intrecciano destino e sfortuna. «Mi ero appena trasferito a Rimini e non avevo la residenza. Quindi mi trattengono 51 giorni ai Casetti, poi altri 31 giorni di domiciliari e servizi sociali». Il processo è iniziato due anni dopo. «E altrettanti ne sono serviti, in tribunale, per visionare quel video tra rinvii, problemi tecnici, dichiarazioni fuorvianti e improbabili fermo immagini forniti dalla controparte. Ci sarà qualcuno, ora, che pagherà per questo?» domanda Oliva mostrando sul cellulare il fotogramma-simbolo dell’ingiustizia subita: una macchia nera, sfuocata, dove secondo l’accusa lo si vedeva sferrare un pugno a Kevin Fiore. Altra rabbia e cattivi pensieri quando quel ragazzino finito in coma, «dato per cieco e invalido dopo la caduta» è però «rimasto coinvolto in un incidente stradale, con la morte di una persona, mentre lui stesso era alla guida di un pulmino». Brutta fine anche per il padre, Giovanni, ucciso recentemente a Caracas dove si era poi trasferito con la famiglia. 

Gianluca Oliva, pur stretto tra le pastoie burocratiche procedurali e le infamanti accuse, ha atteso in silenzio fino e oltre la fine del processo. La sentenza di piena assoluzione è arrivata a metà dello scorso luglio. «Volevo leggere le motivazioni. Ora chiederò un risarcimento ma cosa può ripagare 6 anni vissuti così? In un attimo sono diventato quello che mandava in coma i ragazzini. Tanta gente mi ha girato la faccia. Ho lasciato che sparlassero, mi sono tolto da tutti i social, sono stano nel mio silenzio. Ma poi ci sono il lavoro e la famiglia. Ci conoscono tutti a Pesaro. I miei genitori sono due stimati commercianti. Ho dovuto dire a mia madre di non venire più a trovarmi in carcere, non potevo vederla così. Invece tutti i venerdì era lì. Ringrazio lei e, pubblicamente, gli avvocati Liana Pesaresi e Paolo Di Loreto, dello studio legale Di Loreto, Guardati e Mensitieri: non mi hanno mai abbandonato, anche quando non avevo la possibilità di pagare. Ringrazio Franco Del Moro che mi ha scritto bellissime cose, il mio amico Riccardo Caprari e, infine, Luca Dalmonte, l’ex coach della Vuelle, e sua moglie Romina Re: loro due mi hanno preso un appartamento per tirarmi fuori dal carcere. Se non sono impazzito è solo grazie a loro».

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