La ColleMar-athon al bivio dopo il Covid, Montanari: «O si cresce o si rischia l'implosione, il volontariato non basta più»

Martedì 10 Maggio 2022 di Andrea Amaduzzi
La ColleMar-athon al bivio dopo il Covid, Montanari: «O si cresce o si rischia l'implosione, il volontariato non basta più»

FANO Il giorno dopo le emozioni sono ancora vivissime ma c’è posto anche per i ragionamenti. E sulla ColleMar-athon, che senza l’ostinazione di chi l’ha inventata probabilmente sarebbe stata spazzata via dal Covid, se ne devono fare diversi. 

 

Le riflessioni

Qualcuno datato che non ha mai perso d’attualità, qualcun altro che invece si è aggiunto nel frattempo e comunque tutti legati al futuro di un evento che tutti giudicano un patrimonio irrinunciabile per il territorio, almeno quando c’è da presenziare alla vernice da commentarne la riuscita, ma che poi non tutti sostengono con la determinazione che una manifestazione di questo respiro impone. «Per come eravamo messi è andata fin troppo bene» esordisce Annibale Montanari, che ha visto ancora una volta ripagati dalla risposta popolare gli sforzi del fronte di volontari di cui continua a rappresentare l’anima e il collante, ma che non si sente di garantire che quelli possano bastare ad assicurare la sopravvivenza di una competizione bisognosa invece di fare il salto di qualità. «E’ la nostra ambizione che però si scontra con la realtà. Per pianificare occorrerebbe avere certezze finanziarie e organizzative già a settembre e invece anche quest’anno fino a gennaio non sapevamo nemmeno se avremmo avuto la forza di rilanciare». Succede dunque che quando si dovrebbe impostare il lavoro per l’edizione successiva si impieghino tempo ed energie per continuare a marcare tutte quelle istituzioni che alla fine la loro parte la fanno anche, ma non come l’evento meriterebbe e comunque spendendosi troppo a lungo in promesse quando invece servirebbero fatti. 
«In pratica ogni volta partiamo senza disporre di un budget» confida Montanari, che senza quei 100mila euro in cassa, che rappresentano la soglia minima per una maratona di queste dimensioni, è costretto a rincorrere anziché mettersi a dettare il ritmo. «E non si può sempre pensare che i volontari arrivino dappertutto. Anzi, abbiamo perso più di qualcuno per strada proprio per la stanchezza accumulata in tutti questi anni. Senza contare quelli che il Covid ancora in circolazione ci ha tolto a cavallo della gara». Può così accadere anche che nella Half ColleMar-athon i due di testa sbaglino strada e si vedano scavalcati (e non l’hanno presa bene) o soprattutto che il villaggio costruito all’arrivo trasmetta l’immagine di qualcosa di rabberciato. «Senza il supporto della Pro loco sarebbe stato persino peggio» osserva Montanari, che avrebbe desiderato riappropriarsi del Pincio, occupato però dalla Fiera dell’antiquariato, «che come sito si presta meglio anche a garantire visibilità agli sponsor».

Il disagio

La delusione è generata anche dal fatto «di non avere potuto disporre di locali in cui stoccare il materiale già qualche giorno prima. E francamente non ce la siamo sentita di pagare 2.500 euro per trovare ospitalità all’interno della Rocca». A stemperarla anche l’universo dei 19 Paesi rappresentati («mai così tanti») e le storie di Luca Panichi e Giovanni Meletti, diversamente corridori che hanno fatto da testimonial impareggiabili a quella che non vuole smettere di essere “la maratona dei valori”. 

 

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