Da Urbino al Covid Hospital, l'infermiere volontario racconta due mesi all'inferno: «Lo stipendio? Poco di più»

Domenica 11 Aprile 2021 di Gianluca Murgia
L'infermiere di Urbino Marco Silvestri

URBINO - «Mi sento come un soldato di ritorno dal fronte ma non chiamatemi eroe. Gli eroi, qui, non esistono». In un mondo in cui troppe volte l’urgente egoismo non lascia tempo all’importante, esistono vari livelli di senso del dovere: quello di Marco Silvestri, unico infermiere urbinate ad aver prestato servizio per due mesi interi nel reparto di terapia intensiva del Covid Hospital di Civitanova Marche, è da 10 stellette su 10. 

 

 

 

«Per un mese, con ordine di servizio dal 21 novembre al 21 dicembre, ho dormito direttamente lì, in una stanza ricavata in un reparto chiuso del vicino ospedale - racconta -. Nell’altro mese, dal 10 marzo al 10 aprile, ho fatto su e giù da Urbino. Un’esperienza ancora più stressante e stancante. Per prendere servizio alle 7, per esempio, partivo da casa alle 4.30: Urbino, poi superstrada fino a Fano, 6.50 euro di autostrada fino a Civitanova, la vestizione, timbro e lavoro fino alle 14. Poi, cambio e doccia obbligatoria per tornare a casa alle 16.30. Ho guadagnato di più? No, poco: la stessa paga con l’indennità Covid per la missione e il rimborso dell’autostrada».

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Marco Silvestri, urbinate Doc, è nato il 9 ottobre del 1968, si è diplomato infermiere nel 1994 e dal 2000 è di ruolo all’ospedale ducale. Per una vita ha lavorato in sala operatoria. «Sono stato l’unico infermiere urbinate a stare così tanto tempo a Civitanova - spiega -. Sono entrato che c’erano pazienti nati negli anni ‘30, sono uscito che c’erano quelli degli anni ‘70, quasi tutti delle basse Marche. C’era solo un urbinate, residente a Pianello di Cagli. È morto lì... Ho lavorato per 20 anni, prima a Pesaro e ora a Urbino, in sala operatoria ma questa è stata l’esperienza più forte della mia vita. Qualcosa che ti segna e insegna. Sia per i ritmi, nei tre turni, lavorando completamente bardato, spesso senza poter andare in bagno o bere dalle 21 alle 7 di mattina, ma anche per quello che ho visto ogni giorno: i pazienti arrivavano già intubati e chi riusciva a riprendersi, durante lo “svezzamento”, quando veniva tolta la sedazione, con la tracheotomia non riuscivano a parlare. Volevano ma non potevano: straziante. Allora io prendevo un foglio, scrivevo delle lettere, e andando per tentativi cercavo di capire, facendomele indicare, cosa volessero dirmi». Come un incontro tra pugili a guardia abbassata: il paziente senza parola e l’infermiere che non può farsi sopraffare da un’emotività che però colpisce duro allo stomaco. «Le videochiamate ai parenti erano dei momenti di emozione altissima - ricorda Silvestri -. Dovevamo parlare noi per loro, tradurre i loro gesti in parole. Se non hai vissuto quei momenti, quella commozione, non puoi capire. Dovevi trattenere sempre le lacrime».

«I pazienti, quando venivano risvegliati, non sapevano dove si trovavano e cosa fosse loro accaduto. Non hanno memoria di quanto vissuto. E noi dobbiamo spiegare tutto, cercando di infondere tranquillità. Ricordo un signore, apicoltore, che chiedeva al figlio delle sue api e lui che gli diceva “stanno bene babbo, stanno bene...”». Ma c’è anche chi la vita se l’è ripresa. «Mario Pazzerelli, usciere del Comune di Macerata. L’ho seguito io per 20 giorni di fila. Era messo male ma è guarito, anche se ora per diverso tempo dovrà fare terapia. Ci siamo promessi di rivederci appena possibile... Credetemi: per quello che si sta ancora vivendo al Covid Hospital saremmo da rosso e non arancione». 
Altre immagini nel silenzio di un reparto scandito dal rumore dei respiratori. «Quando sono andato via avevano appena portato una donna nata nel 1970 - racconta Silvestri, con la voce vibrante di chi rivive il momento - I figli hanno chiamato la dottoressa dicendole: “La preghiamo, abbiamo 20 anni, nostro padre è morto 13 anni fa. Abbiamo solo lei”. Devastante. Il modulo 4 di terapia intensiva era pieno: 14 intubati. Stessa cosa il modulo 5. Il Covid c’è in tutta la sua brutalità e chi non lo capisce è pazzo».

«Una cosa mai vista - ripete di continuo Silvestri -. A Urbino, durante la prima ondata, ho visto gente lottare contro qualcosa di invisibile ma Civitanova va oltre. Ricordo ancora l’8 marzo 2020, la festa della donna: la gente non voleva crederci e all’ospedale di Urbino, intanto, vedevo arrivare amici che dopo 3-4 giorni erano intubati. Lì, avevo deciso di uscire dalla sala operatoria e andare a lavorare nel reparto “filtro” per rendermi più utile. Ci sono stato 3-4 mesi. A Civitanova, però, stato ogni giorno con chi lotta per la vita. Perché l’ho fatto? Non esistono gli eroi. Se sei infermiere è giusto andarci. Come i carabinieri che, se serve, vanno in guerra. Lo dovrebbero fare tutti. Dovrebbero provare tutti almeno una settimana. Certo, molti hanno paura e l’idea di fare avanti-indietro, per chi ha famiglia, non è allettante. Ma se anche gli infermieri si tirano indietro è finita, finisce la sanità. Stesso discorso per il vaccino: io mi sono vaccinato subito, a gennaio, e ora ho scelto di farmi monitorare per vedere come rispondono i miei anticorpi. L’ho fatto anche per i miei genitori che hanno 80 anni. Ora torno in servizio a Urbino e sono felice dell’esperienza fatta: mi ha fatto crescere». 

«Hanno criticato Ceriscioli e Bertolaso - conclude Silvestri - ma io dico che questa struttura, pur costata tanto e che sarà in un futuro smantellata, è servita tanto e servirà ancora. Posso anche non aver votato Ceriscioli ma lo ringrazio per la lungimiranza. E il personale che manca? Quello manca da sempre, ovunque. Infatti a Civitanova è arrivato da altre strutture che a loro volta erano già carenti. Cosa si deve fare? Basta pagare la professionalità e non fare tagli alla sanità. E gli infermieri si trovano». 

 

Ultimo aggiornamento: 09:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA