Pesaro, Terapia intensiva respira, ma il primario avverte: «L'incognita è il ritorno al lavoro»

Giovedì 9 Aprile 2020 di Silvia Sinibaldi
Pesaro, Terapia intensiva respira, ma il primario avverte: «L'incognita è il ritorno al lavoro»

PESARO - Spiragli di luce, ma con l'incognita del ritorno generale al lavoro. L’emergenza in Terapia intensiva è pane quotidiano ma i terribili 40 giorni dell’epidemia di coronavirus hanno rappresentato per medici e operatori la quintessenza dell’emergenzialità. Giorni vissuti circondati da morti annunciate, appesi al filo di un paziente che ce la facesse per trovare la forza di andare avanti.

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Michele Tempesta, responsabile del reparto, è uno di quei volti diventati noti a tutti dalle immagini girate al San Salvatore, uno di quei volti che hanno raccontato, con i segni della fatica e del sacrificio, l’incubo che ancora incombe su di noi. «Da due o tre giorni - spiega Tempesta - i numeri degli accessi alla Terapia intensiva sono calati. Non ho il polso generale della situazione perché noi viviamo qui, in una trincea chiusa da tanto tempo, ma credo di poter sostenere che la situazione stia lentamente migliorando».
 
Abbiamo superato il picco? «Questo non lo so, di certo ci stiamo stabilizzando». Un po’ come aver raggiunto l’altopiano del monte Petrano, una vasta area tutta da attraversare prima di tornare a scendere a valle. Lo chiamano plateau. «Ora - spiega ancora il primario - la vera incognita è la cosiddetta fase 2: se si sbaglia qualcosa con la ripartenza della produzione e il ritorno al lavoro rischiamo di ricadere nel baratro. Sarà necessario fare grande attenzione». 
La struttura
Le parole del direttore sono confortate anche dalla logistica con il ridimensionamento degli spazi dedicati alle Rianimazioni che, in tempi record di allestimento, si sono moltiplicate al San Salvatore. Rispetto all’esordio del virus qualche sicurezza in più è fornita anche dai farmaci. «Certo abbiamo messo a punto l’utilizzo di prodotti che ormai rientrano in un protocollo condiviso come il Tocilizumab o il Remdesivir, selezionando con maggiore esperienza quali cure e per quali pazienti siano più idonee». 
I casi che arrivano negli ultimi giorni sono meno disperati? «Una cosa è certa fornire terapie adeguate all’esordio dei sintomi è fondamentale. E per sintomi intendo difficoltà respiratorie importanti, ovvero la polmonite. Rispondere subito rende il decorso della patologia meno invasivo».
Quindi la quarantena funziona. «È l’unica arma che possediamo per frenare la diffusione del virus. Le assicuro che abbiamo visto radiografie toraciche e Tac devastanti. Anche i colleghi che si occupano di queste diagnostiche hanno ammesso di essersi trovati di fronte a situazioni così drammatiche, mai viste prima nella loro esperienza».
Per la vostra attività è stato importante poter contare sul laboratorio analisi di Marche Nord, ovvero poter processare i tamponi all’interno dell’ospedale? «È stato molto importante soprattutto per la diversa tempistica degli esiti». 

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