L’appello di 300 studenti del liceo: «Vogliamo tornare a scuola ma la classe divisa a metà non funziona»

Martedì 2 Febbraio 2021 di Eleonora Rubechi
L appello di 300 studenti del liceo: «Vogliamo tornare a scuola ma la classe divisa a metà non funziona»

PESARO - «Vogliamo sì tornare, ma non così». Sono gli studenti del liceo Marconi a scriverlo. Ad essere sotto accusa è la gestione riguardante il 50% delle presenze per l'emergenza Covid. Al Marconi si è infatti optato per dividere trasversalmente le classi piuttosto che alternarle: una soluzione che non è piaciuta soprattutto agli studenti di quinta e così trecento ragazzi hanno rivolto una lettera al dirigente Riccardo Rossini.

«L’82,5% degli studenti intervistati - spiega a questo punto Andrea Sebastianelli a nome dei compagni- non condivide la linea intrapresa sul rientro in classe; circa il 75% sostiene che l’organizzazione debba essere riformulata sulla base di quanto vissuto a inizio anno.

 

La nostra scuola più delle altre comprende cosa vuol dire avere la classe divisa tra presenza e distanza: se al tempo potevamo essere d’esempio, ora è il contrario». Il punto focale riguarda le ripercussioni negative dal punto di vista didattico e relazionale che la scissione in gruppi classe paralleli comporta: «C’è grande difficoltà nel seguire le spiegazioni, inevitabilmente rivolte agli studenti in presenza; inoltre creare due gruppi distinti dà vita a due classi parallele che non lavorano più in un’ottica di collaborazione bensì di competizione, specie nei momenti di verifica, a fronte di un programma che non ha subito variazioni e che svantaggia notevolmente il gruppo a casa».

Diverse le soluzioni proposte per ovviare a questi svantaggi; la prima, utilizzare le aule più grandi per svolgere la didattica col 100% della classe: «La nostra scuola è dotata di ampi spazi, al momento utilizzati come laboratori: tutti noi stiamo rinunciando a qualcosa, per cui riteniamo che anche certi docenti possano rinunciare a questi spazi, permettendo così la turnazione delle classi, almeno qualche giorno a settimana»; oppure, si richiede di permettere la frequenza al 100% almeno alle classi prime e quinte: «Le prime necessitano di fare gruppo coi compagni: siamo l’unica scuola in cui i ragazzi di prima non hanno conosciuto metà della propria classe, creando un divario relazionale; per le quinte si paventa uno scenario in cui l’unica certezza è non poter concludere il loro percorso scolastico come avevano sperato. È chiaro, c’è una pandemia in atto e tutti devono rinunciare a qualcosa, ma se ce ne fosse la possibilità, la Scuola intesa come istituzione dovrebbe supportare gli studenti che hanno perso anche parte dello scorso anno scolastico e non avranno più tempo di recuperarlo»; come extrema ratio, si propone un’alternanza dei gruppi classe giornaliera, fermo restando che «utilizzando il sistema dei due gruppi, è necessario imporre un limite massimo di verifiche da svolgersi in presenza pari a 2, rendendo potenzialmente valutabili anche gli studenti a casa». Per avvalorare la protesta, molti studenti non si sono presentati in classe lo scorso 25 gennaio: «Noi come studenti facciamo la nostra parte: siamo consapevoli di che cosa sia realmente. Ma senza di noi è chiaro: la scuola non ha senso di esistere». 

 

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