Pesaro, telefona dopo i sintomi: «Non venga all'ospedale, qui prenderà il Coronavirus»

Sabato 28 Marzo 2020 di Gianluca Murgia
Pesaro, telefona dopo i sintomi: «Non venga all'ospedale, qui prenderà il Coronavirus»

PESARO - Dal 118 di Pesaro, lo scorso 15 marzo, erano stati chiari: «Se vuole lo portiamo in ospedale a fare accertamenti ma se non ha ancora il Coronavirus, di sicuro lo prenderebbe qui. Cosa volete fare?». Dall’altra parte del telefono la moglie di un signore di 75 anni che soffre di interstiziopatia polmonare e che, il 24 febbraio, si era recato al Pronto soccorso di Fano dal pneumologo. «Lì mio padre e mia madre avevamo sentito parlare di alcuni casi, erano stati in attesa con guanti e mascherine - racconta il figlio - . Mio padre ha poi avuto 38 di febbre il 15 marzo, il giorno dopo mia madre ha chiamato il 118 di Pesaro e ha avuto quella risposta».

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Avviso salvavita, un modo per essere più realisti del re o solo una maniera per non affollare un pronto soccorso già saturo? «Mio padre ha deciso di restare a casa. Era stazionario, senza febbre ma anche senza forze e respiro. Il medico di base gli ha consigliato i raggi al torace. Mio padre ieri piangeva come un bambino: ricorda le parole del 118, ha paura, non vuole andare in ospedale. Ci dice: voglio morire a casa. Noi siamo sconvolti».
 
«Il 23 marzo sono stata informata dal Dipartimento di Sanità Pubblica che i tamponi venivano fatti solo ai soggetti conviventi con positivi sintomatici appartenenti a categorie a rischio - spiega la consigliera comunale in forza alla maggioranza, Maria Rosa Conti -. Con i canali istituzionali comprensibilmente sospesi ho espresso le mie perplessità sui canali web più fruibili. Ritengo necessario e opportuno attivare ora un Piano Sanità ad hoc - una commissione consiliare o interrogazione sarebbero tardive - su due fronti: specifica politica di prevenzione al fine di evitare che i soggetti sottoposti a sorveglianza domiciliare con diagnosi presunta (“malati invisibili”), possano far collassare il sistema sanitario ospedaliero e, successivamente, in caso di “presunta” guarigione creare l’ondata di contagio di ritorno. Chi è stato sottoposto a sorveglianza domiciliare in quanto sintomatico, ma senza esecuzione di tampone, ha ricevuto nella maggior parte dei casi una diagnosi a distanza ed è stato anche curato a distanza, con tutte le difficoltà dovute alle condizioni logistiche, socio – culturali, di età e autosufficienza. Ma il vero problema è far cessare il contagio, soprattutto disciplinando accuratamente il sistema della fine del distanziamento sociale per i malati invisibili, allorquando vengono riammessi sul posto di lavoro, senza la certezza di una qualche negatività al virus: di tali casi ne ho contezza personale diretta ed indiretta, perché molte persone sono state male circa un mese fa con tutti i sintomi del Covid19, non hanno avuto tampone, sono stati circa 14 giorni a casa e hanno poi avuto certificato di guarigione». 
Asur, per questo, a giorni attiverà un “percorso guariti” per i cittadini asintomatici da 14 giorni «per positivi a seguito di tamponi con priorità al personale sanitario, conviventi sintomatici di soggetti dichiarati positivi ma non sottoposti a tampone e per coloro che hanno manifestato sintomi e che non sono stati testati con tampone». 

Ultimo aggiornamento: 10:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA