Pesaro, la gioia di Monica: «Ho sconfitto il Coronavirus e adesso torno al lavoro»

Lunedì 23 Marzo 2020 di Camilla Cataldo
Pesaro, la gioia di Monica: «Ho sconfitto il Coronavirus e adesso torno al lavoro»

PESARO - Nel buio generale, si accendono luci che danno speranza. E’ un faro quello che illumina la casa di Monica Urbinati, la prima malata domiciliare guarita dal Coronavirus nelle Marche. Una notizia che riempie di gioia lei, i suoi cari e l’intera comunità. Purtroppo non sempre ma il Covid-19 si può vincere, grazie a forza interiore, affetti, sostegno, attenzione. E Monica racconta il suo percorso, dritto dentro un tunnel oscuro che alla fine l’ha riportata sulla strada della speranza e della guarigione. «Ho 54 anni - esordisce - 55 ad agosto, lavoro in uno studio medico e ho contratto il virus lo scorso 29 febbraio sul posto di lavoro. Lo deduco dal fatto che diversi nostri pazienti sono stati ricoverati e uno non c’è più».

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Monica, pesarese residente a Vismara si sente letteralmente rinata. «All’inizio - prosegue - non si parlava di mascherine, la malattia era vista come un’influenza. Dopo uno o due giorni mi è venuta la febbre, sempre tra 37,5 e 38 per una settimana, non passava e avvertivo dolore alle spalle, senza però tosse e raffreddore. L’8 marzo mi sono decisa ad andare in ospedale, mi hanno fatto tampone, raggi, analisi e mi hanno riscontrato la polmonite. Avevo già iniziato la terapia antibiotica, quindi per fortuna ero già un po’ coperta. Sono tornata a casa e il 10 è arrivata la conferma della positività, mi sono fatta controllare l’ossigenazione del sangue e sempre in ospedale mi hanno fatto una flebo di potassio».
 

E’ andata avanti così per tutti i giorni a seguire finchè, finalmente...
«Dopo dieci giorni senza febbre il mio medico ha richiesto i tamponi, due nel giro di ventiquattr’ore. Sabato ho avuto l’ultima risposta e mi hanno detto: sei libera. Ora posso girare, ma sempre con la mascherina». Oggi comincia una nuova sfida per lei, che ha una grandissima grinta che ha saputo sfoderare nei giorni più cupi e difficili. «Torno finalmente al lavoro, sono segretaria allo studio Helios di via Vincenzo Rossi e davvero non vedo l’ora, dopo 23 giorni di assenza. Tutto a porte chiuse, naturalmente, consegniamo solo le ricette con la finestra». Suo marito Andrea, vivaista, è in quarantena. «Da quando io sono stata dichiarata positiva, abbiamo dormito in due stanze diverse, con bagni separati. Ha avuto la febbre bassa per tre giorni, poi è passata. Mio figlio fa il medico a Verona e ci chiamava tre volte al giorno». L’amore per la sua cagnolina Mia, un barboncino toy, le ha trasmesso energia preziosa. «Ha cinque mesi, l’ho presa da poco. Mi ha aiutato tanto, mi dava allegria. E’ minuscola ma indispensabile. Gli animali domestici sono importanti, il mio messaggio è: non abbandonateli mai, soprattutto quando le circostanze si fanno difficili».
Questa è la preghiera di Monica, che è stata sostenuta, incoraggiata e coccolata nel suo lungo percorso verso la guarigione da Marco Manzini, atleta paralimpico e motivatore. Il suo mantra è: credici sempre, se vuoi puoi. Non è mai finita, paura zero e attenzione mille. «Lo conosco da molti anni, giocava a calcio con mio marito, mi ha dato una spinta notevole. Mi mandava messaggi, mi portava il giornale tutti i giorni e spesso mi lasciava i pocket coffee in fondo al corridoio. Ogni tanto trovavo un pacchettino», ringrazia Monica, che aggiunge: «Se potrei riprendere il Coronavirus? E’ un rischio perché ci sono ceppi diversi, ma è basso». 
La speranza e la preghiera
Pesaro è una delle città più colpite. «Spero con tutto il cuore - si accalora Monica - che il numero dei guariti salga. Io ho avuto paura soltanto quando mi hanno detto: prepara una borsa che potremmo ricoverarti e non vedrai nessuno per un po’. Non sapevo se mi avrebbero mandato fuori città, non avevo idea di quale sarebbe stato il mio percorso. Mi è andata bene, in casa è lunga ma l’ho passata serenamente. Sono una persona attenta alla salute, non fumo, non ho vizi. Ma il virus non guarda in faccia a nessuno, se ne sono andate anche persone più giovani».

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