Pesaro, all'inferno Coronavirus e ritorno, il dottor Bracci torna dai suoi pazienti: «Messaggio di speranza»

Martedì 31 Marzo 2020 di Luigi Benelli
Pesaro, all'inferno Coronavirus e ritorno, il dottor Bracci torna dai suoi pazienti: «Messaggio di speranza»

PESARO - Un messaggio di speranza per tutti. È stato il primo medico di base della provincia di Pesaro a risultare positivo al Coronavirus. E il primo a guarire. Tanto che ieri è rientrato al lavoro, nel suo studio professionale di via Branca a Pesaro. Roberto Bracci, 67 anni, molto noto in città anche per il suo impegno nell’associazionismo, descrive quei giorni in cui il Coronavirus lo ha messo a dura prova. «Voglio lanciare un messaggio di grande entusiasmo in questi momenti in cui ogni giorno si leggono di persone morte. La notizia di una guarigione è importante e acquista valore»

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racci torna al 28 febbraio. «Ho avuto la febbre e soprattutto il sospetto più che ragionevole di essere stato infettato perché un mio paziente che avevo visitato poco prima era stato intubato. Il 3 marzo ho avuto la conferma dal tampone: ero positivo al Coronavirus». Nel frattempo purtroppo quel paziente non ce l’ha fatta, è morto.
 
Bracci racconta di aver avuto febbre per 11 giorni. «La temperatura era arrivata a 38,5. L’infettivologa mi ha consigliato delle terapie con antibiotici di tipo antivirale. La respirazione nei primi giorni è stata difficile, io sono uno sportivo e so come ascoltare il mio corpo. Devo dire che questa volta è stato diverso, avevi la sensazione di aver a che fare con un male sconosciuto. Visto cosa stava accadendo intorno, sia nel morale sia nel pensiero, c’era l’idea che potesse virare in maniera grave. C’era la percezione di un pericolo imminente rispetto a una patologia abituale. Ed essendo un medico, sono in grado di misurarmi i flussi e auscultarmi il torace. Questo ci deve far capire come le persone malate a casa possano avere paura o non rendersi conto di cosa sta per accadere». Dopo due settimane, la svolta positiva. «Ho effettuato nuovamente il tampone e sono guarito. Sono stato il primo tra i medici di base a contrarlo assieme ad almeno una dozzina di colleghi tra cui uno del mio studio, il primo a guarire. Torno al lavoro con grande entusiasmo e per dare un messaggio di speranza a tutti. Ovviamente lo studio è chiuso e si procede con consulenze telefoniche e ricette elettroniche. Devo dire che ho avuto pazienti che mi hanno cercato per essere informati delle mie condizioni. Li ho tranquillizzati e incoraggiati. Alcuni di loro hanno contratto il Coronavirus e sono guariti, altri sono in via di guarigione. Continuo a sentirli e dar loro speranza». La situazione generale parla di bollettini nefasti, con un lungo elenco di morti. «Attraversiamo una fase di scoramento, ma si può guarire. Noi come medici abbiamo pagato un prezzo altissimo, stando vicino ai malati e in quanto vettori lo abbiamo forse diffuso più facilmente, soprattutto a gente fragile. Ma all’inizio è stato difficile capire cosa stesse succedendo: ci siamo trovati nella tempesta. Certo, veder morire persone di 45-50 anni portate via in poco giorni dal virus è davvero tragico». Per fortuna oggi il lavoro vuol dire anche «richiedere tamponi tutti i giorni. Alcuni ricoverati stanno rientrando a casa. Non è finito, però ho la sensazione che stiamo superando la parte più brutta, siamo a metà del tunnel e vediamo la luce». 

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