Pesaro, Michele uscito dal tunnel del Covid-19: «Fate subito i tamponi, ne va della vita»

Domenica 5 Aprile 2020 di Letizia Francesconi
Pesaro, Michele uscito dal tunnel del Covid-19: «Fate subito i tamponi, ne va della vita»

PESARO - Lui è Michele Cecchetti, 55 anni pesarese, manager di un gruppo multinazionale con sede a Forlì, colpito dal coronavirus e ora in miglioramento. Lui si definisce «un fortunato», ma sa contro il mostro invisibile continua, ed è più dura che mai. Sa di avercela fatta e di dovere tanto agli operatori che si sono presi cura di lui, prima nelle sale di Intensiva poi nella Medicina d’Urgenza di Marche Nord ma quello di Michele vuole essere anche uno sfogo e un richiamo alla responsabilità di enti e cittadini. 

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«C’è bisogno più che mai - dice – di fare tamponi in modo capillare, fra chi è ancora nelle proprie case malato e altri asintomatici, che magari sono stati a contatto con casi positivi, ricoverati e dimessi dall’ospedale. Nei giorni precedenti all’esplosione del virus a Pesaro c’era scarsa consapevolezza di ciò che accadeva al nord e che avrebbe travolto anche la nostra realtà».
 
La lotta contro il virus per Michele Cecchetti è iniziata il 4 marzo. «Mi sono ritrovato in casa e ammalato per dieci giorni - racconta – il paradosso incomprensibile delle fasi iniziali dell’emergenza, può essere riassunto nelle parole del mio medico di famiglia. Alla mia chiamata ha risposto di non riuscire a visitarmi perché sprovvisto dei dispositivi di protezione e avrebbe rischiato anche lui di ammalarsi. Il 14 marzo vengo ricoverato al San Salvatore ma anche qui l’iter è stato complicato, prima le chiamate al 118, dove mi è stato riferito dai sanitari di allertare il mio medico di base, fino a quando ho iniziato a peggiorare nel giro di poco. Per fortuna le mie condizioni non hanno richiesto l’intubazione ma sono rimasto con una maschera che mi somministrava dell’ossigeno in sub intensiva e poi cinque giorni in Medicina d’Urgenza». Ora Michele è uscito da alcuni giorni dalle sale del San Salvatore, ed è a casa in isolamento in attesa del tampone di verifica, prima di dirsi veramente guarito. «Ci sono tante famiglie come la mia, dove ci sono stati comunque contatti o fra familiari o fra conoscenti positivi e sintomatici. Eppure anche dopo il mio ritorno a casa, nessun tampone è stato eseguito ai miei familiari più stretti né ad altri conoscenti con i quali sono venuto a contatto prima del mio ricovero. Da questo brutta esperienza che fortunatamente posso raccontare, mi sento di dire che se preso in tempo e subito diagnosticato, da questo virus ci si salva, ma non si può rimanere a casa malati e con difficoltà a respirare per una settimana o dieci giorni, senza sapere chi deve visitarti e senza nemmeno avere la possibilità di fare un tampone, che ti consenta di accertare se sei positivo o se nel frattempo hai contagiato un tuo familiare. Purtroppo chi vive solo o non ha la giusta assistenza rischia veramente di non farcela. C’è la necessità più che mai che il sistema proceda con i test a fine quarantena».
Cosa non si dimentica
C’è una cosa fra le tante che Michele non potrà dimenticare: «Gli infermieri delle sale di sub intensiva intorno a me erano tutti bardati, impossibile riconoscerli, ma proprio in quei giorni in cui ho temuto il peggio, la speranza è arrivata proprio da loro. Per fortuna ero cosciente, e ricordo che ogni paziente delle semi intensive, era chiamato per nome. Un particolare questo che dimostrava vicinanza, affetto e calore umano per affrontare con coraggio la malattia e vincerla».

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