Pesaro, Aurelio all'inferno Coronavirus e ritorno: «Non vedo l'ora di abbracciare mia moglie e mia figlia»

Martedì 24 Marzo 2020 di Simonetta Marfoglia
Pesaro, Aurelio all'inferno Coronavirus e ritorno: «Non vedo l'ora di abbracciare mia moglie e mia figlia»

PESARO - «Ma davvero cercate me? Ma non sono io quello da intervistare: sentite i medici, gli infermieri, gli oss: sono loro gli eroi di questi giorni». Aurelio Patregnani, 51 anni, è diventato suo malgrado il testimonial che dal buio del Covid-19 si può tornare a essere inondati di luce. Dal suo letto (isolato) della trincea di Marche Nord, il family banker e attivista del movimento europeista, ora si sta rendendo conto di essere l’osservato speciale, un modello forgiato dai tempi oscuri del contagio globale. Perchè lui il labirintico tunnel del Coronavirus l’ha attraversato e non si è perso. Anzi: è stato il primo positivo ad uscire dalla Rianimazione del San Salvatore. Una speranza per tutti. E Dio solo sa di quanta speranza ci sia bisogno oggi. 

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Travolto dall’affetto, Aurelio Patregnani sta familiarizzando con ciò che è stato e ciò che adesso è: «Quando mi hanno ripetuto che sono un miracolato, una rarità, mi sono messo a piangere». Parla dal letto della stanza dove è confinato con il wi-fi che è la sua finestra sul mondo e che gli ha consentito di inviare un messaggio rassicurante: «Sono commosso per il tanto affetto ricevuto. Non ho potuto leggere nulla negli ultimi 10 giorni e sto capendo solo ora cosa sia successo: ancora tremo».
 
Già perchè tutto è iniziato con quella che si riteneva una banalissima influenza: «Verso la fine di febbraio ho iniziato ad avere la febbre - spiega - ma era l’unico sintomo che accusavo, non avevo nè tosse nè raffreddore. Prendevo la Tachipirina, la febbre scendeva e poi risaliva. E’ andata avanti così per giorni finchè non ho saputo che uno dei miei clienti, che avevo incontrato, era positivo. Quel sospetto mi ha spinto al Pronto soccorso: è stato il mio cavallo di Troia, in un certo senso, perchè appena ho comunicato i miei dubbi i sanitari mi hanno subito preso in consegna. Mi hanno fatto una lastra dove hanno visto lo stato dei polmoni e mi hanno ricoverato». L’ingresso nel tunnel della Rianimazione, la dimensione sospesa tra il fuori, il mondo esterno, e il dentro, a galleggiare in uno stato amniotico e ancestrale. Per Aurelio Patregnani il preludio a un ritorno. «Sono entrato in ospedale il 6 marzo - racconta - se tutto va bene non ne uscirò prima del 26 quando potrò tornare a casa e continuare la convalescenza». E rientrare in famiglia, dalla moglie Lucilla Venturi - figlia di Cesare, storico riferimento delle associazioni combattentistiche e del sodalizio Amici dell’Azienda Marche Nord - e dalla figlia adolescente. Quarantena anche per loro come da prassi. Ma adesso tutto è più semplice. «Non vedo l’ora di rivederle» commenta. La prima cosa che farà? «Quando potrò voglio abbracciare la mia famiglia: un abbraccio fortissimo, serrato. Me le voglio proprio tenere strette mia moglie e mia figlia. Mi mancano i loro abbracci». E la seconda? «Voglio ringraziare uno a uno i miei salvatori. E non voglio dimenticare nessuno. Sapevo della professionalità di Marche Nord e del personale, della loro bravura e abnegazione, ma ora voglio gridarlo al mondo».

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