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Fisioterapista contagiato dal Covid in ambulatorio: «Ora combatto a casa, ma sono salvo per caso»

Fano, fisioterapista contagiato dal Covid in ambulatorio: «Ora combatto a casa, ma sono salvo per caso»
Fano, fisioterapista contagiato dal Covid in ambulatorio: «Ora combatto a casa, ma sono salvo per caso»
di Lorenzo Furlani
4 Minuti di Lettura
Venerdì 17 Aprile 2020, 07:10

FANO -  Una lotta tenace con il coronavirus fatta di accertamenti, terapia di farmaci e reazione biologica. Una risposta che allo stesso tempo è di sistema, per le risorse della sanità pubblica, e personale, per le caratteristiche fisiologiche e psicologiche proprie. Ma anche una partita a dadi con la vita. E di un tampone fatto per il contagio di un collega.

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È questa l’esperienza di Antonio Colucci, fisioterapista di Fano, 61 anni, malato di Covid-19. «Mi sono infettato nell’ambulatorio Asur di San Lazzaro - racconta -. Prima del 9 marzo non avevamo ancora mascherine e tantomeno ce ne hanno date per i pazienti. Un mio assistito aveva un raffreddore che reputava allergico, poi invece ha perso gusto e olfatto (effetti ricorrenti del coronavirus, ndr). Io lo trattavo in una cameretta di 3 metri per 4, manualmente».
 
È una storia di luci e ombre, sul cui corso favorevole la sorte sembra avere avuto un ruolo decisivo. Al fisioterapista dell’Asur, infatti, dopo una settimana passata a casa con febbre fino a 39 e saturazione dell’ossigeno scesa al 91% (la misurazione fisiologica minima è del 95%) hanno eseguito il tampone faringeo solamente perché una sua collega era risultata positiva. «Avevo lavorato con lei - rivela Colucci - perciò hanno fatto il tampone anche a me e a un’altra collega che accusava sintomi più lievi». In base a una successiva ricostruzione di incontri e date, Antonio Colucci ritiene inverosimile quella via del contagio e pressoché certa quella dell’assistito, tanto che gli hanno riconosciuto l’infortunio sul lavoro. Ma è stato l’esito positivo di quel tampone, disponibile già dall’indomani (era il 18 marzo), ad aver qualificato la risposta del sistema sanitario. «Avere avuto il tampone e quindi le conseguenti attenzioni - riflette il fisioterapista - è dovuto a un caso fortunato. Molti nelle mie condizioni non venivano e non vengono testati. Una collega di 62 anni di Agugliano, che lavorava in una casa di riposo dove si è infettata, è morta in casa dopo dieci giorni di febbre e sintomi, senza che le avessero fatto il tampone».

Le maglie larghe dei controlli
Maglie larghe dei controlli sanitari, che non hanno filtrato i casi positivi in tempo utile per intervenire efficacemente, sono già emerse dalle testimonianze di vittime soccorse quando erano già insorte gravi difficoltà respiratorie. «Da allora il medico di base mi ha monitorato al telefono tutti i giorni - ricorda Colucci -. Mi disse di resistere a casa perché in ospedale era l’inferno. Trattato solo con la Tachipirina e senza febbre dal 22 marzo ho pensato che la natura avrebbe fatto il suo corso e sarei tornato a posto». Ma non era così.
«Dopo 10 giorni - continua - ho informato il mio cardiologo (sono moderatamente iperteso) e lui mi ha avvertito che correvo il pericolo di embolia polmonare, infarto miocardico e ictus. Ho dovuto assumere subito 4.000 unità di eparina. Mia moglie è tornata alla carica insistendo perché facessi una radiografia al torace. Sono andato all’ospedale di Pesaro e mi hanno sottoposto a una Tac. Metà polmoni erano coinvolti dalla tipica polmonite interstiziale del Covid-19. Gli esami successivi a Pesaro per fortuna hanno evidenziato basso rischio trombotico e assenza di emboli. La cura è stata confermata: eparina 4.000 per 14 giorni fino a lunedì scorso e Plaquenil per 10 giorni fino a oggi. Ora sto bene ma se faccio sforzi vado in affanno. Tra un mese ripeterò la Tac».

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