Autista 118 morto per Covid, sit in davanti al tribunale: «Vogliamo giustizia per Giorgio»

Venerdì 23 Aprile 2021 di Eleonora Rubechi
Lo striscione esposto davanti al tribunale da familiari, amici e colleghi di Giorgio Scrofani

PESARO - Un piccolo drappello di persone si è riunito ieri mattina dinanzi al Tribunale di Pesaro per invocare giustizia per Giorgio Scrofani, l’autista soccorritore fanese in forza alla Croce Europa Valconca, deceduto a 56 anni per Covid il 30 marzo del 2020, durante i giorni più bui della prima ondata pandemica: sono amici ed ex colleghi della vittima, conosciuta per la sua abnegazione e il senso del dovere, convenuti per stringersi attorno alla moglie, Carla Ioele, e alla figlia, Camilla Scrofani, nella protesta contro la richiesta del sostituto procuratore, Fabrizio Narbone, di archiviare l’indagine sulle persponsabilità penali di quel decesso.

 

L’ipotesi di omicidio colposo

La procura della Repubblica di Pesaro ritiene infatti che non esistano i presupposti per richiedere l’imputazione per omicidio colposo, in quanto non sarebbe dimostrabile che Scrofani abbia contratto il virus durante i turni lavorativi, quindi con violazione delle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro da parte dell’ente. Con l'avvocato Giulio Maione e due suoi colleghi la famiglia della vittima si è opposta all'archiviazione. Ieri l'udienza davanti al giudice per le indagini preliminari che ha disposto un rinvio tecnico per la decisione a metà giugno.

«Siamo qui a sperare che il giudice per le indagini preliminari dia disposizioni per un approfondimento del caso, rinunciando all’archiviazione, in nome non solo di mio marito, ma di tutte le persone che lavorano e hanno il diritto di lavorare in condizioni sicure - sono le amare parole della vedova Carla -. Giorgio è stato ucciso la seconda volta il giorno in cui è stata richiesta l’archiviazione. Affermano che non ci sono sufficienti prove che mio marito abbia contratto il Covid sul lavoro, ma Giorgio faceva turni di 12 ore al giorno, comprovati dalle indagini fatte sul suo cellulare che ne attestano gli spostamenti, in condizioni disperate; i video girati dai Nas confermano le condizioni non a norma del posto di lavoro. Ero io stessa a lavare la divisa di mio marito, non essendo neanche previsto un contratto con le lavanderie per effettuare un’adeguata sanificazione. Oggi, prove alla mano, mi sento di dire che mio marito non ce l’ha fatta perché non è stato protetto».

L'ex coordinatrice dell'associazione

«Come ho già detto agli avvocati - è intervenuta l’ex coordinatrice all’epoca in servizio a Croce Europa di Valconca - è mancata una formazione adeguata sul corretto uso dei dispositivi di protezione individuale per gli operatori che fanno parte dell’equipaggio delle ambulanze: una negligenza di vecchia data. La verità è che le ambulanze hanno sempre trasportato pazienti infetti, per i quali è d’obbligo seguire un preciso protocollo su come si indossano i guanti, le mascherine, la divisa: tutte informazioni lasciate all’esperienza personale, demandate ai colleghi più anziani, fino ad arrivare all’estremo di informarsi su internet, perché per la normativa regionale vigente, basta un corso di Blsd (basic life support early defibrillation) per entrare in ambulanza».

«Le mascherine erano contate, eravamo costretti a disinfettarle con i vapori dell’alcol per farle durare più a lungo - ribadisce un’infermiera amica di Giorgio, intervenuta al sit in - noi operatori eravamo in trincea, ma con le armi spuntate».

Ultimo aggiornamento: 11:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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