Tony e la sua famiglia, un mese e mezzo di lotta contro il Covid: «Vedo comportamenti e sento parole inaccettabili»

Venerdì 6 Novembre 2020 di Véronique Angeletti
Pesaro, Tony e la sua famiglia, un mese e mezzo di lotta contro il Covid: «Vedo comportamenti e sento parole inaccettabili»

PESARO - Per 45 giorni, il mondo del cantianese Tony Matteacci, sessantenne operatore del sociale prossimo alla pensione, e della sua famiglia, si è ridotto alle dimensioni della sua casa, tra termometro e saturimetro. «Per stanchezza – ha scritto su un post affidato nei giorni scorsi a Facebook - su queste lunghe, inaspettate e pesanti giornate trascorse in compagnia del Covid non volevo scrivere nulla».

 

Questione anche di pudore «perché – spiega raggiunto al telefono – la mia malattia è stata davvero una piccola cosa. Una goccia se mi paragono agli altri e alla vita in generale». Però, dalla sua voce si intuisce che il Covid è stato un avversario temibile. Manca quel tono allegro con cui avvolge di solito ogni sua riflessione e quel filo d’ironia con cui veste ogni suo racconto. Ad ammalarsi, per prima, è stata sua moglie, poi suo figlio quindicenne ed, infine, lui. «Ho un ricordo di quella febbre alta, insistente, indomabile: nottate da incubo a cambiarsi continuamente e quella perenne stanchezza, l’affanno e i brutti pensieri». Anche se, a togliere la serenità, è stata la conferma, tramite Tac, di quei «birichini infiltrati interstiziali con aspetto a vetro smerigliato». Sull’organizzazione della sanità, della medicina territoriale, del dialogo e del non dialogo tra istituzioni, non ne vuole parlare. Tuttavia, a farlo scrivere di getto sono state le foto di «ragazzi ammassati davanti ai bar, in attesa – a partire dalle 18 – di rintanarsi da qualche parte per un nuovo anti-proibizionismo e fregare qualcuno» e poi, sui social, i post chi sta dietro alla tastiere e scrive «battute, cose dette a metà, tra i denti e con rancore malcelato, con un scetticismo supponente che si intreccia con scaricabarili, furbizie, ipocrisie, omertà che faranno solo del male ad altre persone e nulla di più».

Al dolore fisico, alla paura che spinge, nonostante la guarigione, ad ascoltare costantemente il proprio corpo e «spesso a verificare – confessa Tony - la propria temperatura e l’ossigeno nel sangue», si aggiunge un’altra sofferenza: quella di sapere che «chi scrive e parla, dice senza dire, sono conoscenti e amici, persone della tua comunità e a cui vuoi bene». Niente da vedere con negazionisti o riduzionisti, ma persone che veicolano in modo diffuso e trasversale quel “sarà vero?” altrettanto lesivo e distruttivo. «Non vogliono rendersi conto – osserva Tony - che nessun luogo “sociale” è davvero sicuro, ma che può essere meno insicuro solo se noi lo rendiamo tale, con i nostri comportamenti, portando con noi il rispetto per la salute e la vita degli altri. Questa roba c’è e può far male davvero. Si combatte con la pazienza, il rispetto, l’attenzione, la bellezza di sentirsi parte solidale di una comunità. E si combatte con più umiltà, meno saccenza, contrastando arroganze e gusto della sentenza. Mi piace – conclude - chi sceglie, con cura, le parole da non dire».

 

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