Fano, subacquei incursori in azione
operazione a rischio col maltempo

Lunedì 19 Marzo 2018
I subacquei incursori del Comsubin

FANO L’ora x scatta alle 9 di lunedì, allo scadere della 144esima ora dalla segnalazione della bomba sulla spiaggia di Sassonia e quindi del periodo del possibile armamento ritardato per l’innesco chimico secondario dell’ordigno, che un areo della Raf sganciò su Fano 74 anni fa, nel 1944.

Per la distruzione della bomba Mk6 di fabbricazione inglese, entrerà in azione - a due miglia dalla costa fanese dove l’ordigno mercoledì mattina era stato portato dopo l’evacuazione per una notte di 23mila fanesi - la stessa quadra di subacquei incursori della Marina militare intervenuta per la bonifica del litorale di Sassonia e la messa in sicurezza della città di Fano.

Undici militari del Comsubin, comandati dal capitano di corvetta Terry Trevisan, che opereranno con due gommoni e il supporto delle motovedette della Guardia costiera, in un’area presidiata dalle imbarcazioni militari e dove la navigazione e il sorvolo sono interdetti. Come l’ufficio del capo di Stato Maggiore della Difesa ha comunicato sin dal giorno della bonifica, il brillamento della bomba verrà attuato adottando «tutte le consolidate tecniche e misure tese a preservare l’ecosistema marino».

In pratica in acqua sarà fatta deflagrare preventivamente una microcarica esplosiva per spaventare e allontanare i pesci; l’ordigno verrà sollevato dal fondale, profondo una decina di metri, fino a portarlo a poca distanza dalla superficie del mare e, con una piccola carica nell’area dell’innesco, sarà fatto esplodere. Con questa tecnica si indurrà un effetto fisico capace di ridurre, nel passaggio dall’acqua all’aria, la propagazione dell’onda d’urto (in termini tecnici si parla di inversione dell’onda d’urto).

Così si eviterà che la potenza della deflagrazione si scarichi sul fondale, convogliandola verso l’alto: si produrrà perciò una colonna d’acqua alta 30 o 40 metri, che sarà visibile dalla costa. Ma questa è la procedura applicata in condizioni standard, ossia con il mare calmo. Le previsioni meteo prevedono per stamattina nell’area interessata cielo nuvoloso e un po’ di vento, quindi il mare dovrebbe essere moderatamente mosso.

Per ragioni di sicurezza, le condizioni ambientali potrebbero modificare le modalità dell’intervento. In altre parole, la bomba potrebbe essere lasciata sul fondale, aumentando così la potenza e gli effetti dell’onda d’urto dell’esplosione.

L’input delle autorità civile e militare è di procedere rapidamente con la distruzione dell’ordigno. In condizioni ottimali sarebbe sufficiente un paio d’ore per eseguire l’intervento, che quindi si concluderebbe entro le 11 con il boato e la cosiddetta fontana d’acqua. Ma il meteo avverso potrebbe ritardare l’epilogo nell’arco della giornata. Solamente se il mare fosse talmente mosso da mettere in pericolo la vita dei subacquei l’operazione verrebbe rinviata.

La Marina militare esclude che il brillamento, nonostante i 150 chili di esplosivo a base di tritolo, produca un inquinamento significativo dell’ambiente marino, in particolare è minima la sostanza chimica dell’innesco secondario (che era impiegato nella seconda guerra mondiale per fiaccare la resistenza delle popolazioni con un’esplosione ritardata nel caso in cui l’ordigno non fosse scoppiato subito dopo il lancio).

A riprova di ciò viene segnalata dalla Marina militare la statistica di 22.000 residuati bellici fatti brillare in mare in un anno. Le bombe con armamenti speciali vengono distrutte sulla terraferma, in collaborazione con l’Esercito, ma non è questo il caso. La distruzione in acqua di un ordigno di 227 chili complessivi (500 libbre) non è rarissimo; eccezionale, dicono i militari, è stato il ritrovamento in un ambiente urbano di tale bomba dotata del dispositivo per un innesco secondario ritardato.

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