Bimbo nella bolgia del pronto soccorso di Urbino. Caos e tensioni: c'è chi deve aspettare oltre 14 ore per la visita

Bimbo nella bolgia del pronto soccorso di Urbino. Caos e tensioni: c'è chi deve aspettare oltre 14 ore per la visita
Bimbo nella bolgia del pronto soccorso di Urbino. Caos e tensioni: c'è chi deve aspettare oltre 14 ore per la visita
di Chiara Azalea
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Domenica 4 Dicembre 2022, 03:00 - Ultimo aggiornamento: 13:14

URBINO - Quattro ore per risolvere l’urgenza sanitaria di un bimbo di 3 anni di Cagli, che ha rimediato in casa una ferita superficiale alla testa: il piccolo l’altra sera è stato dirottato dall’ospedale di comunità di Cagli al pronto soccorso di Urbino ed è finito nella bolgia dell’unico presidio dell’emergenza di tutto l’entroterra della provincia di Pesaro Urbino, in cui i pazienti arrivano da ogni dove e possono aspettare anche più 14 ore prima di essere visitati, al punto che qualcuno per la lunga attesa rinuncia al trattamento e torna a casa.

 
 

Questa è la cronaca dell’ordinario caos al pronto soccorso, per una (dis)organizzazione sanitaria che vede da diversi anni lo smantellamento dei servizi ospedalieri nelle zone interne, in particolare di quelli dell’emergenza urgenza, senza un apprezzabile cambio di indirizzo dopo le ultime elezioni regionali, nonostante le promesse spese in campagna elettorale da chi le ha vinte.

L’incidente in casa

Giovedì nel tardo pomeriggio Giulio, tre anni a gennaio, corre incontro alla cena, nella sua casa a Cagli, inciampa e batte la testa sullo spigolo del tavolino.
Esce tanto sangue, il babbo lo accompagna all’ex pronto soccorso, ex punto di primo intervento, ex unico presidio per gestire le emergenze di un territorio ampio e complicato dell’ex ospedale di Cagli.
La ferita è superficiale, in teoria basterebbero pochi minuti e la questione sarebbe risolta. Il medico di quello che, ad oggi, è diventato un Acap (ambulatorio di continuità assistenziale primaria) pratica una medicazione, ipotizza l’esigenza di due punti di sutura, che però non può applicare, e dirotta babbo e bambino al pronto soccorso di Urbino.

In tutto quattro ore

Alle 19,30 partono da Cagli, alle 20 sono a Urbino, la sala d’attesa è piena di persone, alle 22,30 vengono presi in carico: un po’ di colla biologica, qualche strip, un cerotto e via. Alle 23,30 Giulio finalmente rientra a casa. Due ore e mezzo di attesa in un contesto surreale, dove storie di ordinaria follia si sommano a frustrazione, paura, rabbia e dolore.

Una mamma racconta di aver accompagnato sua figlia alle 8 di mattina per una botta in testa, alle 10 di sera è ancora seduta ad aspettare. Vicino a lei una ragazza, poco più di vent’anni: è arrivata nel pomeriggio con dei dolori allo stomaco. Dopo 5 ore di attesa decide di rinunciare e di tornare a casa: nel frattempo, il dolore sembra sia passato. Un’altra signora all’entrata si tiene un fazzoletto sanguinante nel naso, probabilmente rotto, sta aspettando dal pomeriggio di essere visitata.

La solidarietà tra pazienti

Nel frattempo Giulio fa la pipì addosso, nella corsa verso l’ospedale il babbo non ha fatto in tempo a prendere il cambio. Un’altra signora in attesa, anche lei da un tempo che sembra infinito, si offre di dargli i pantaloni di sua figlia che ha in macchina. C’è solidarieta, ci si aiuta, ci si conosce, si condivide l’attesa e, a vicenda, ci si fa forza per affrontare una situazione che sembra essere sempre più paradossale.
Le ore scorrono, continuano ad arrivare le persone, cambiano i turni, qualcuno perde la pazienza, le porte si chiudono e non si sa quanto tempo passerà prima che si riaprano. Il personale medico ed infermieristico ci prova in tutti i modi, ma le persone continuando ad arrivare, le ore passano, la frustrazione sale.

Un territorio martoriato

È questa la cronaca di un giorno di ordinario caos, vissuto in prima persona, nella sala d’attesa dell’ospedale di riferimento dell’entroterra, oberato, affossato, travolto da un flusso ininterrotto e costante di pazienti. 
Pazienti che arrivano da ogni luogo delle zone interne, perché ciò che erano ospedali, ad oggi, sono nelle condizioni di non riuscire a garantire neanche un po’ di colla per suturare una ferita superficiale nella testa di un bambino.

Il comune di Cagli, con i suoi oltre 200 chilometri quadrati di estensione territoriale, con le frazioni di montagna e le strade tortuose, è sempre più mutilato dal punto di vista sanitario, completamente privato di un presidio di primo soccorso, indispensabile per le emergenze ma anche per le piccole questioni ordinarie, dirottate a Urbino, a congestionare una situazione in equilibrio precario che rischia sempre l’implosione.
Giulio sta bene, venerdì mattina è tornato all’asilo con un grande cerotto sulla testa e una triste è ingiustificabile storia di “brutta” sanità da raccontare ai suoi amichetti.

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