Muore in corsia d’ospedale, la moglie ottiene giustizia 16 anni dopo. Asur condannata al risarcimento: «Errori inescusabili»

Lunedì 9 Agosto 2021 di Gianluca Murgia
Carlo Gianfranco Pigliacampo durante un missione con alcuni bambini

URBINO - Giustizia è fatta, 16 anni dopo. Carlo Gianfranco Pigliacampo, residente a Tavoleto, è morto il 31 dicembre del 2005 in un corridoio dell’ospedale di Urbino per la «mancata formulazione diagnostica ed esecuzione del corretto iter terapeutico della dissecazione dell’aneurisma dell’aorta ascendente». Gli dissero: «E’ solo influenza, non ha nulla di meglio che venire qui? – ricorda la moglie Fiorella Angeli - Aveva tanto freddo: morì con addosso la mia felpa». Aveva 50 anni. 

 


La parola fine è stata scritta con la sentenza dello scorso primo giugno: il procedimento civile si è concluso con il pieno accertamento della responsabilità medica dei sanitari alla luce di «errori inescusabili – ha scritto il consulente tecnico d’ufficio - a partire dalla frettolosa dimissione e dai successivi mancati approfondimenti diagnostici» con una sottolineatura netta: una diversa condotta gli «avrebbe evitato il decesso con concreta e prevalente probabilità».

«Grazie all’avvocata Carlini»
La svolta il 15 maggio del 2013, dopo l’archiviazione del procedimento penale (aperto d’ufficio) avvenuta 7 anni prima: la moglie, insieme alle sorelle del marito, Raffaella e Patrizia Pigliacampo, residenti a Tavullia, grazie al fondamentale lavoro dell’avvocato Loretta Carlini di Morciano, hanno ottenuto in primis una consulenza tecnica preventiva e successivamente è stata chiesta e ottenuta la condanna di Asur Marche, in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento di tutti i danni morali e materiali subiti per la prematura morte di Carlo Gianfranco Pigliacampo.

E’ stata una lunga rincorsa verso la verità. «Quando è morto io avevo ancora addosso la divisa dell’ospedale di Rimini. L’avrei portato lì ma era troppo distante da casa - racconta la moglie, che allora lavorava come operatore sanitario -. Aveva preso il giorno libero, mi doveva accompagnare. Poi, si è sentito male». Da quel giorno, ogni giorno, la signora Fiorella va al cimitero: “Ma ora gli racconto che abbiamo ottenuto giustizia”. I due procedimenti civili sono stati veloci. Con la sentenza del primo giugno è stato accertato che «il nesso di causa tra la condotta omissiva del pronto soccorso ed il decesso soddisfa la regola del cosiddetto “più probabile che non” con cui è stata sancita la responsabilità risarcitoria dell’Asur» spiega l’avvocato Carlini.

Pigliacampo lavorava come tecnico per la sicurezza informatica della Simam di Senigallia. Era un uomo d’oro: si spendeva per i più deboli e sfortunati. «Mio marito era biondo, un metro e novanta, bello dentro e fuori – ricorda la moglie - Parlava sei lingue. Ci siamo conosciuti a scuola: io avevo 14 anni, lui faceva le supplenze . Come volontario della Croce Rossa, Croce Verde e Protezione Civile era stato in prima linea in diverse missione umanitarie: Bosnia, Albania e luoghi terremotati. Era appena tornato dalla Costa D’Avorio, dove aveva aiutato 400 bambini».

Spirato in 21 terribili ore
Erano le 9.30 del 30 dicembre 2005. Dolore al petto e al braccio sinistro, viso sudato. Il medico di famiglia, Adamo Guerra, arrivò per primo sul posto rilevando i sintomi di un malore cardiocircolatorio e somministrando dei medicinali mirati. Lo stesso medico, all’arrivo dell’ambulanza non medicalizzata, accompagnò Pigliacampo fino all’ospedale di Urbino. Erano le 11.43. Dopo gli esami specifici, alle 16.51 Pigliacampo, fu dimesso con terapia medica e diagnosi di “precordialgia aspecifica”. Tornato a casa, però, riecco il dolore. Piena notte, ore 1.38: la moglie lo riaccompagna in auto nel presidio ducale.

Secondo le ricostruzioni, dopo aver ricevuto l’esito del prelievo ematico per il dosaggio degli enzimi cardiaci, i sanitari presenti hanno “inspiegabilmente” arrestato fino al mattino l’iter diagnostico. La situazione è così precipitata fino all’epilogo delle 9.30: Pigliacampo, dopo essere stato sottoposto a un esame Rx al torace e aver ripetuto l’emogasanalisi e emocromocitometrico, è deceduto in seguito a una insufficienza cardiorespiratoria per “tamponamento cardiaco”. Alle 8.45 era avvenuta la dissezione aortica non diagnosticata. Tra il primo accesso al pronto soccorso e la morte sono passate 21 ore di cui «16 trascorse inutilmente senza che fossero prescritti i dovuti approfondimenti diagnostici».

Un «tempestivo approccio terapeutico» visto «che la dissezione dell’aorta - come dimostrato in sede autoptica - non aveva raggiunto il piano valvolare» lo avrebbe salvato. Una errata condotta “perseverata” nel secondo accesso in Pronto Soccorso «quando i sanitari si sono ostinati a ricercare conferma di un dolore ischemico cardiaco che era già stato escluso nel precedente ricovero».

Risulta «chiaramente accertata la responsabilità medica professionale dei sanitari del pronto soccorso, i quali per imperizia, imprudenza e negligenza hanno sottovalutato i sintomi lamentati non ponendo in essere l’iter diagnostico e terapeutico corretto, tenendo pertanto condotta omissiva». 

«Carlo, uomo dal cuore d’oro»
La moglie Fiorella non dimentica nulla di questi 16 anni: «Chi ha avuto piacere di conoscere Carlo Gianfranco ancora lo piange: la somma che ci daranno non ripaga nulla, la sua morte non è quantificabile. Mio marito è morto per negligenza. E questo non dovrebbe mai avvenire. Chi ha subito un torto del genere deve cercare giustizia fino all’ultimo giorno. Ho ricevuto tanti “no” in questi anni, mi dicevano “è una battaglia persa, lasci perdere”: ho vissuto sulla mia pelle un clima ostile fin da subito. Io e la mia famiglia siamo stati lasciati soli. Io ho perso il lavoro. Non avevamo figli, ma nostro nipote Elia lo era a tutti gli effetti, infatti mi è stato sempre vicino in questa straziante vicenda giudiziaria. La svolta è arrivata quando mi sono affidata all’avvocato Loretta Carlini di Morciano, che ringrazio. Abbiamo vinto contro tutti e abbiamo onorato mio marito».

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