«Trieste, il killer poteva uccidere 10 agenti». Il Viminale: no speculazioni

Poliziotti uccisi a Trieste: il killer
poteva uccidere altri agenti
Poliziotti uccisi a Trieste: il killer
poteva uccidere altri agenti
di Michela Allegri
ROMA Poteva uccidere 10 agenti, Alejandro Augusto Stephan Meran poteva fare una strage. Per questo gli inquirenti non hanno dubbi: deve restare in stato di custodia cautelare. Oggi le bandiere saranno a mezz’asta nei palazzi delle istituzioni. Mentre già ieri a Trieste è stato dichiarato il lutto cittadino. Un coro di sirene spiegate ha scandito il minuto di silenzio per salutare gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. I capi chini, gli abbracci, le lacrime, le corone di fiori davanti all’ingresso della Questura.

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Nessuna parola. Solo i lampeggianti di decine volanti accesi all’unisono. E gli sguardi ancora increduli: nessuno immaginava che un folle avrebbe potuto sottrarre la pistola a un agente, uccidere lui e il collega, rubare un’altra arma e seminare il panico tra gli uffici e tra i corridoi gremiti di poliziotti. Alejandro Meran ha esaurito un intero caricatore ed è arrivato a metà dell’altro, sparando ameno 17 colpi, prima in questura e poi in strada.

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Una follia forse sottovalutata per troppo tempo. «Sentiva le voci - dice la madre Bitania - Diceva: Mamma non senti? Mi vuole uccidere!». Bitania chiede perdono, dice che Alejandro in Italia non era in cura. Lo era invece in Germania dove l’uomo, con madre e fratello, aveva vissuto. La mattina dell’omicidio la donna è andata a cercare aiuto in ospedale, «mi hanno detto che non potevano fare niente, dovevano vederlo». Nessuno avrebbe immaginato che si sarebbe trasformato in un killer spietato. Non ha saputo spiegarlo nemmeno lui al pm, che ieri ha convalidato il suo fermo per omicidio consumato e tentato: davanti al giudice Alejandro è rimasto zitto. Poco dopo, è arrivata la convalida del gip. E di nuovo il killer non ha detto nemmeno una parola, chiuso in una stanza - piantonata - dell’ospedale di Cattinara. Mentre l’Italia intera si stringeva introno alle famiglie dei poliziotti. «Ciao mio eroe. Ora sei il nostro Angelo Custode», ha scritto su Facebook Fabio Demenego, padre di Matteo.

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LE POLEMICHE
Dopo il cordoglio ci sono le polemiche. Troppo facile sfilare quell’arma, colpa delle fondine difettose e usurate in dotazione agli agenti: il Sap, sindacato di Polizia, dice di avere denunciato la situazione al Viminale un anno fa. E quelle fondine sono già state sequestrate dai pm insieme alle armi, saranno oggetto dell’inchiesta. A stroncare le agitazioni, un comunicato del Dipartimento di pubblica sicurezza: non è tempo di «odiose speculazioni». Resta il dolore dei colleghi, e della politica, tutta. Il pianto del Questore, Giuseppe Petronzi, che in lacrime stringe centinaia di mani. Il cordoglio del presidente Sergio Mattarella, per la perdita di «due servitori dello Stato e della nostra comunità». Le parole del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, che in un telegramma al capo della Polizia esprime «profondo dolore» e poi invia alle famiglie degli agenti «sentimenti di commossa e sentita partecipazione».

LA RICOSTRUZIONE
Le famiglie la Lamorgese le ha poi incontrato nel pomeriggio, con Franco Gabrielli, dopo un vertice in Questura al quale hanno partecipato anche il sindaco di Trieste e il presidente della Regione e nel quale è stata fatta chiarezza sulla dinamica del duplice omicidio.
È mattina quando Alejandro scaraventa in terra una donna e le ruba lo scooter. Lo confessa al fratello Carlysle che chiama la polizia. Alejandro viene portato in Questura, scortato dal 118 - «ha problemi psichici», dice Carlysle - e dal fratello. La madre aspetta in auto. «Sentivo gli spari e mi dicevano di stare giù», ha detto ieri. Il giovane chiede di andare in bagno, lo accompagna Rotta. Uscendo, riesce a prendere la pistola dell’agente e gli spara due colpi: uno al petto e l’altro all’addome. Demenego sente, corre verso il bagno, viene colpito pure lui: alla spalla, al fianco, alla schiena. Carlysle sente tutto, capisce tutto. È terrorizzato: si barrica in un ufficio, fissa la porta con una scrivania. Poi scappa, raggiunge i sotterranei. Lì, viene bloccato dagli agenti. Alejandro intanto è senza freni. Impugna due pistole, la seconda l’ha presa dalle mani di Demenego, morto sul colpo come il collega. Sale le scale, spara. Cammina nei corridoi, spara. Colpisce un altro agente alla mano. I poliziotti rispondono al fuoco. Alejandro arriva in strada, cerca di aprire una volante parcheggiata, vede un’auto della Mobile con a bordo due poliziotti, spara di nuovo. I bossoli sono ancora conficcati nella macchina. Gli agenti lo colpiscono, poi lo disarmano, lo ammanettano. In terra, centinaia di bossoli e i due corpi senza vita.
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Domenica 6 Ottobre 2019, 00:45 - Ultimo aggiornamento: 06-10-2019 13:01

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