Infrastrutture, la rete unica servirà a poco se non impareremo a usarla

Mercoledì 16 Settembre 2020 di Francesco Malfetano
Istruzione remotizzata e smart working. Pubblica amministrazione in una sola app e Industria 4.0. Nonostante il corposo assaggio degli ultimi e difficili mesi, in Italia la tanto attesa nuova normalità digitale oggi è molto più distante di quanto sembri. Anche stavolta a mancare - grande classico per la Penisola - sono le infrastrutture. Ma se queste con gli investimenti chiesti dall’Europa e garantiti dalla stessa attraverso i 209 miliardi del Next Generation Eu, potrebbero essere implementate con relativa semplicità, il discorso è differente per l’altro pezzo mancante del puzzle: le abilità informatiche. Secondo gli ultimi dati del Desi Index 2020, l’indice elaborato dalla Commissione Europea che misura i progressi dei Paesi Ue sull’economia e la società digitale, ben 26 milioni di italiani tra i 16 e i 74 anni non hanno competenze adeguate per esercitare compiutamente i loro diritti di cittadinanza digitale. Non solo, soprattutto circa 15 milioni di cittadini (1 su 4) navigano su Internet con conoscenze tecniche inferiori a quelle di base. Non solo, anche parlando degli specialisti, la situazione non migliora: solo l’1% dei laureati italiani ha un titolo in ambito Ict (la peggiore posizione dentro l’Unione).

Il risvolto

Una situazione drammatica che ovviamente si riflette sul mercato del lavoro. Già prima della crisi infatti, mancavano all’appello 5.100 laureati in Information and communications technology, pari al 35% delle esigenze delle aziende italiane. Il digitale italiano in pratica è un cane che si morde la coda: senza competenze non si può valorizzare la rete, senza rete non si possono creare le competenze. Spezzare il circolo vizioso è l’unico modo che ha il Paese per fare davvero un passo in avanti e giocare un ruolo di primo piano nell’economia dei prossimi 20 anni. Se però, al momento, non sembra esserci un progetto reale che possa traghettare studenti e non verso l’era digitale, il discorso sulle infrastrutture - quantomeno la rete, per cybersecurity e sovranità nazionale ci sarà bisogno di altro tempo - potrebbe aver raggiunto un punto di svolta. Finalmente, con la complicità del Covid, è stata raggiunta una prima consapevolezza del loro ruolo. «Negli anni ’60 il boom economico ebbe come simbolo l’autostrada del Sole - ha spiegato pochi giorni fa il ministro degli Affari europei Enzo Amendola - oggi l’autostrada del Sole dev’essere digitale, di cui va rifatto il disegno: va di nuovo unito il Paese, con più servizi per cittadini e imprese». Spingere l’Italia in Europa quindi passa in primis dal portare a compimento i lavori per la banda ultra larga, sfruttando anche le opportunità della tanto discussa rete unica. La fibra ottica infatti oggi è accessibile solo sul 27% del territori. A ben vedere nella Penisola ci sono ancora zone dove la banda larga non arriva e altre dove la connessione internet dipende dalle condizioni meteo. Un ritardo determinato dal basso livello di investimenti in ricerca e sviluppo che in Italia hanno rappresentato, tra il 2015 e il 2018, solo l’1,4 per cento del PIL, a fronte del 2,2 registrato nell’Unione europea. La situazione è evidentemente inaccettabile. Ora che ci sono soldi e progetti (basteranno 6 miliardi di euro secondo il governo per arrivare al completamento entro il 2026) bisognerà però evitare di ripetere tutto ciò che si è fatto fino ad oggi prima sottovalutando la questione e poi paralizzandola con liti politiche infinite.
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Ultimo aggiornamento: 30 Settembre, 16:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA