Putin, Zelensky, Abramovich, Erdogan: trattativa a 4

Rispunta Abramovich, mediatore a oltranza più forte degli avvelenatori. Il ruolo della Turchia decisivo per rilanciare questa fase del dialogo

Putin, Zelensky, Abramovich, Erdogan: trattativa a 4
Putin, Zelensky, Abramovich, Erdogan: trattativa a 4
di Marco Ventura
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Mercoledì 30 Marzo 2022, 00:10

Vladimir e Volodymyr, il difficile negoziato a distanza tra due leader molto differenti e non solo per ragioni generazionali. Putin sa che prolungare una guerra che la Russia non riesce a vincere è insostenibile, Zelensky comprende che la sofferenza per il suo popolo sta divenendo insopportabile. Una mediazione è nell’interesse di entrambi, ma il difficile è trovare un punto a metà strada: Putin non può dire ai russi che ha mandato i suoi soldati a morire senza avere ottenuto risultati, Zelensky deve dare un significato alla resistenza degli ucraini. I mediatori in questa fase sono quanto mai differenti tra loro: da una parte l’oligarca Abramovich, vittima, si dice, anche di un tentativo di un misterioso avvelenamento; dall’altra il vero regista della trattativa, non a caso condotta a Istanbul, il presidente turco Erdogan.

Putin: adesso fa parlare i suoi e guarda a Pechino

Parlano per Putin i suoi collaboratori. E dicono che il capo supremo del Cremlino potrà incontrare il presidente ucraino Zelensky, solo quando i negoziatori avranno scritto l’accordo. A decidere è Putin, ma apparirà solo per la firma. Non può “scendere” al livello dell’uomo che avrebbe voluto scalzare dal potere a Kiev e portare davanti a un tribunale come “nazista”. Il suo obiettivo è poter dire alla propria opinione pubblica di avere vinto, e che la morte di migliaia di soldati russi non è stata inutile. Deve incassare la neutralità dell’Ucraina perché non entri nella Nato e non ospiti basi straniere, e l’avallo all’annessione russa della Crimea, più concessioni territoriali nel Donbass. Putin deve poi non irritare la Cina, che non ha interesse a una instabilità perniciosa per i commerci globali e il progetto della Via della Seta, l’iper-connettività planetaria. E deve recuperare il ruolo internazionale di Mosca a dispetto della “guerra sporca” in Ucraina. Il problema di Putin è salvare la faccia e disinnescare nel Palazzo qualsiasi tentazione di abbatterlo. 

Zelensky: è rimasto al suo posto e per questo ha già vinto

Il presidente ucraino ha già vinto nel momento in cui ha deciso di restare al suo posto e dare l’esempio ai soldati, ai sindaci, a un popolo intero che ha scoperto di avere non un ex comico e attore nel bunker presidenziale, ma un autentico leader. Zelensky è anche debole, perché i suoi concittadini muoiono ogni giorno. E in quattro milioni sono fuggiti all’estero. Il suo obiettivo “politico” è la pace, non a ogni costo. A cosa sarebbero servite sennò la resistenza di popolo, il martirio di Mariupol, le distruzioni? Zelensky è convinto che si debba trovare una soluzione per accogliere le richieste minime di Putin, dalla neutralità al controllo di alcuni territori con minoranze russe, ma deve tener fermo il principio della integrità territoriale. E la libertà di fare scelte come l’ingresso nella UE. 

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Abramovich, il punto di contatto tra i leader in guerra

Al tavolo dei negoziati, Roman Abramovich non siede per non prendere una parte, da vero mediatore, tanto che ieri è apparso al fianco di Erdogan. Ma è vicino sia a Putin, sia a Zelensky, se è vero che il primo ha dato il via libera ai buoni uffici dell’oligarca e se il secondo (ebreo come lui) ha chiesto agli americani di escluderlo dalle sanzioni. Qual è l’interesse del magnate, che stando a ricostruzioni spionistiche avrebbe anche subìto un avvertimento al veleno con tanto di occhi rossi e pelle squamata, insieme a due mediatori di Kiev? Forse le origini ucraine dei nonni materni, ancor più la promessa fatta alla fidanzata, ucraina pure lei, e certo la difesa dei propri interessi economici.

Erdogan: equidistante, è il vero motore dei negoziati

La leadership di Erdogan e la forza del Paese che governa, una potenza regionale che è pilastro della Nato e insieme soggetto autonomo di una sempre più influente politica estera, dal Sahel al Medio Oriente. È ciò che fa del presidente turco il motore naturale della mediazione tra Putin e Zelensky. Due le scelte decisive: non mettere le sanzioni alla Russia, preservando i rapporti col Paese da cui importa gas e, seconda, chiudere il Mar Nero alle navi da guerra in quanto gestore dei Trattati internazionali. Erdogan ha interesse a uscire dalla crisi come deus ex machina e regista della pace, anche per mettere a tacere le polemiche sull’interventismo in Siria e Libia. 

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