Francia, ombre sulla gestione Covid: Macron adesso rischia per l'Eliseo, Le Pen in rimonta

Sono 48,8 milioni i francesi chiamati alle urne domenica per scegliere il presidente

Francia, ombre sulla gestione Covid: Macron adesso rischia per l'Eliseo, Le Pen in rimonta
Francia, ombre sulla gestione Covid: Macron adesso rischia per l'Eliseo, Le Pen in rimonta
di Francesca Pierantozzi
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Venerdì 8 Aprile 2022, 08:36 - Ultimo aggiornamento: 9 Aprile, 19:40

A mezzanotte cala il sipario sulla campagna elettorale per il primo turno delle presidenziali in Francia. «Sursaut», un sussulto, un appello alla mobilitazione, è la parola che ieri hanno ripetuto tutti i candidati, di qualsiasi colore, per incitare i francesi ad andare alle urne. L'astensione, come è ormai tradizione da qualche anno, è la prima incognita del voto di domani: la annunciano al 28 per cento, vicino quel record del 28,4 che il 21 aprile 2002 portò in ballottaggio, con un colpo di scena, Jean-Marie Le Pen contro Jacques Chirac.

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IL MOMENTO DEL SILENZIO
Domani sarà il momento del silenzio dopo una corsa che si è accesa soprattutto nel finale, dove più che i dibattiti hanno pesato le altalene dei sondaggi, che adesso vedono un risultato molto meno scontato di quanto si pensasse all'inizio, con Marine Le Pen in rimonta e praticamente certa di qualificarsi al ballottaggio del 24 aprile con Emmanuel Macron. Il presidente è invece in fase calante, ed è stato costretto a scendere in campo in modo più convinto, dopo aver annunciato la candidatura il più tardi possibile, avere rifiutato qualsiasi dibattito con gli altri candidati (cosa questa comune a quasi tutti i suoi predecessori) e aver probabilmente pensato come gli confermavano tutti i sondaggi un mese fa che la vittoria per il bis l'aveva in tasca, al primo come al secondo turno, che sarebbe bastato non fare niente, a parte il presidente. Era sopra il 30 per cento: ieri le ultime inchieste lo danno intorno al 26 e in discesa. Marine Le Pen sembrava fuori gioco, al 17 per cento qualche settimana fa: ieri era al 22, in costante rimonta a ridosso del voto. Dopo una campagna basata soprattutto su piccoli meeting, al contatto con la gente nei mercati, andando a parlare di potere d'acquisto e caro bollette (tralasciando per esempio la politica internazionale e la passata amicizia con Putin) Le Pen ha chiuso ieri i lavori prima del voto di domenica con un comizio a Perpignan, feudo storico del Front National (da lei ribattezzato Rassemblement National).
Le Pen e l'estrema destra francese non sono mai state così vicino alla meta. Marine si vede già come la prima donna a entrare all'Eliseo e ieri ha anche anticipato alcune mosse da capa di stato, innanzitutto l'intenzione di formare un governo di Unione Nazionale: «Ci saranno le persone con cui lavoro ma anche altre che mi raggiungeranno, ho già una lista e non credo che il mio problema sarà trovare, ma scegliere». Le Pen si è detta sicura che verranno a lei anche molti da sinistra: quella gauche «sovranista» che fu dell'ex ministro Jean-Pierre Chévènement e di cui ha raccolto oggi in parte l'eredità Jean-Luc Mélenchon.

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IL VOTO UTILE
Il tribuno della France Insoumise si è imposto come il terzo uomo nella corsa, è in ascesa e ieri lo davano al 17 per cento: «Il popolo che vota è il popolo che vince!» ha tuonato ancora ieri, incassando il sostegno di diversi esponenti dei Verdi, che hanno abbandonato il loro candidato Yannick Jadot (tra il 5 e il 6 per cento) per un voto utile a Mélenchon, unico della gauche a poter sperare in una qualificazione al secondo turno. Macron è stato costretto a scendere più decisamente in campo. In questi ultimi giorni la sua campagna si è soprattutto diretta a cercare di smontare l'immagine presentabile che Marine Le Pen si è accuratamente costruita in questi mesi, abbandonando al suo rivale a destra della destra, l'ex polemista Eric Zemmour, i temi più duri delle origini, la xenofobia, la lotta contro l'immigrazione, la critica dell'Islam e dell'Europa. «I francesi non sono bambini ha risposto Le Pen non credono più al lupo mannaro». Su Macron pesa anche lo scandalo, rivelato da un rapporto della corte dei conti a marzo, dell'uso troppo intensivo da parte del governo delle società di consulenza, in particolare per la gestione della pandemia (solo nel 2021 lo stato francese ha speso 1 miliardo di euro per consulenze). A rendere ancora più complicata la fine della campagna del presidente-candidato, il fatto che la società di consulenza americana McKinsey (nella lista di quelle consultate dal governo e della quale alcuni dirigenti sono amici personali di Macron) è ora oggetto di un'inchiesta per frode fiscale.

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