«Via dal manipolatore, è ora di lasciare i dubbi e perdonarti»

La Posta del cuore di Michela Andreozzi: «Via dal manipolatore, è ora di lasciare di dubbi e perdonarti»
La Posta del cuore di Michela Andreozzi: «Via dal manipolatore, è ora di lasciare di dubbi e perdonarti»
di Michela Andreozzi
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Mercoledì 25 Maggio 2022, 14:41 - Ultimo aggiornamento: 31 Maggio, 11:08

LA LETTERA

Un incontro del tutto casuale, ma già dall’inizio sentivo che qualcosa strideva. Sin da subito, a pelle avevo la sensazione che ci fosse qualcosa di strano in quella persona.

Un uomo seducente, intelligente, ma dai tratti oscuri. Mi dissi, come può una persona avere degli occhi così pieni di rabbia e rancore?. Tra me e me mi convinsi che mi stavo sbagliando. Man mano i giorni passavano, lui sempre più incalzante, con piccole pretese che a me non garbavano, ma che nonostante tutte accondiscendevo. Senza accorgermi, divenni colei che lo accontentava in tutto. Un giorno mi chiese un aiuto lavorativo per sua moglie, e io mi feci in quattro per aiutarla. Capivo che erano cose contro ogni mio principio, sentivo che andavo contro la mia volontà, sentivo che lui si stava approfittando di me, ma era tanto il desiderio di coccolarlo, farlo sentire amato, che non mi ascoltavo. Lui aveva preso il mio tempo, la mia vita e nonostante ciò, non sapevo nulla di lui. Quando dopo ogni litigata ritornava da me, mi diceva: ti trovo bene, non ti sono mancato? Era dominato da un sentimento di invidia. Mi dicevo, perché nonostante mi accorga di tutto il male che mi fa, io rimango? Mi sentivo distrutta, sfinita, oppressa, provavo a reagire studiando, leggendo casi simili, ma poi rimanevo li. Un giorno una mia cara amica, mi disse: la vuoi smettere, ti sta distruggendo, gli stai consentendo di tutto. Ma io ero convinta di poterlo cambiare, di far venire fuori quella parte bella che avevo intravisto e che alcune volte era affiorata ma poi oscurata dall’altra, più forte e dominante. Non so come, ma un magico giorno, non molto tempo fa, stufa delle cattiverie, ho smesso di stare ai suoi ricatti morali e mi sono allontanata. In certi giorni duri mi chiedo: perché proprio a me? Perché non riuscivo a smettere? Perché nonostante tutto ciò che sentivo non sono stata capace di bloccare tutto? Perché ho permesso a qualcuno di oltrepassare la mia volontà, i miei principi, me stessa? Ora so, ora posso stare lontana da gente così. So che esistono e che non posseggono un cuore che ama, poiché non conoscono l’amore. Sono l’opposto.

Lettera firmata

LA RISPOSTA DI MICHELA ANDREOZZI

Quanto mi piacerebbe conoscerti, anche solo per dirti “Ehi, ciao tu, grazie per essere la mia prima lettera”. Ti ringrazio perché hai condiviso. Condividere è un verbo bellissimo, rivoluzionario, figlio dei nostri tempi, quelli buoni. È una offerta di sé e allo stesso tempo un piccolo sgravio, è confronto con l’altro, è distribuire il peso della nostra fatica con chi gentilmente ci accoglie, che forse non è neppure importante conoscere, anzi, la generosità tra sconosciuti è la più spontanea, la più genuina, la più sincera. Ti ringrazio per le tue parole: sono convinta che scrivere e rileggersi sia un esercizio spirituale che dovremmo fare tutti. Io ti leggo come una sopravvissuta, le mie persone preferite. Quelle che guardano il burrone che hanno evitato per un soffio e ci gettano una monetina esprimendo un desiderio. Quelle che scelgono la vita, nonostante i dubbi e le domande ancora senza risposta: che poi tu le risposte ce l’hai, il tuo cerchio si è chiuso e tu sei dentro, al sicuro. “Ora so” è una consapevolezza bellissima, è una speranza fresca, la fine di un’ombra, l’inizio della luce. È darsi la possibilità di diventare il modello più aggiornato di noi stessi. Anche se fa male, sei al sicuro. Sono solo lividi, è già tutto alle spalle. Comprese le domande, che, più invecchio più mi piace pensarlo, sono più importanti delle risposte. Perché la domanda ci racconta chi siamo, a che punto siamo della nostra evoluzione, e quando quel punto interrogativo cade, vale più di mille risposte. “Perché proprio a me?” è il desiderio di dare un senso alle cose che ci hanno ferite, il bisogno di sentirsi adeguate, una modo per fronteggiare la vergogna. E la risposta muta col tempo, con le condizioni esterne, con l’umore. Ma la domanda no, può continuare ad esistere o esaurirsi. Possiamo abbandonarla. Randy Pausch, un informatico americano, ha detto: «L’esperienza è quello che acquisisci quando non ottieni quello che vuoi» - che un mio amico tassista, romano verace, tradurrebbe con «ariconsolate co’ l’aglietto». E invece non è mai poco, se ci rende sicuri che certe cose non ci accadranno mai più. I sopravvissuti lo sanno e quando condividono con gli altri sono una risorsa, scelgono di esserlo, hanno l’istinto di dire all’altro “non fare come me”. E così l’esperienza diventa di tutti, e al mal comune, si sa, c’è sempre da brindare. Del resto, il tuo vissuto è il vissuto di molti. Cadere tra le braccia malate di un manipolatore è facilissimo: è il loro scopo, sono cinture nere, capaci di tutto, vampiri emotivi che hanno bisogno di sminuire l’altro per sentirsi migliori, arrampicatori asociali, opportunisti seriali. Io metterei su anche un albo pubblico un social network dei manipolatori all’occorrenza, (“uh guarda, Gustavo è un narcisista patologico, meglio evitarlo”) se non fosse che credo nelle possibilità, nelle terapie, nella vita. Auguro sinceramente a tutti questi dolosi del cuore di guarire. Sono ancora convinta che una persona felice in più sia una persona che fa del male in meno. E, mi spiace contraddirti, ma non è colpa tua, non dovevi “capirlo prima” se non avevi l’esperienza. Non eri tenuta a interpretare nel modo giusto una recita raffinata e pianificata. Sono quasi sicura che tutta l’oscurità che ora ti sembra di ricordare nel suoi occhi, per te allora era solo mistero, languore, fascino. Sono quasi sicura che tu non abbia avuto dubbi sulla natura del vostro rapporto, sono quasi sicura che lui ti sia sembrato solo un uomo a cui, poverino, la vita non viene facile. Adesso lo sai, ma prima è quasi impossibile capire se chi abbiamo di fronte è un pericolo. E ripetersi “avrei dovuto” non fa che minacciare il rispetto che abbiamo di noi stesse, che invece va protetto. Anche io, qualche lustro fa, sono finita tra le braccia di un manipolatore, un professionista che, oltre a farmi sentire una nullità incapace di rispondere al citofono, di fare le parole crociate facilitate, incerta sulle tabelline, ha anche provato a portarmi via dei soldi, con un sistema evidentemente rodato. È stata una esperienza traumatica che ha rischiato di mettere in discussione il rispetto che avevo per me stessa. Confesso che mi sono vergognata di me, della mia ingenuità, mi sentivo sporcata dal comportamento di questa persona. Per fortuna, ho condiviso e sono stata aiutata, ascoltata. Sono andata in terapia: se non puoi salvarli, puoi sempre salvare te stessa. E tu l’hai fatto. Ora ti manca un ultimo passo: lasciare andare. Che è quello più difficile e risolutivo. Abbiamo sempre paura che lasciando andare dimenticheremo noi stesse, o verremo meno alla nostra identità. Non è così. Lasciar andare significa accettare tutto di noi. Perdonarci per averci creduto. Come lo farebbe un’altra persona, ma una che ci ama. Diamo il buon esempio. Ascolta le domande e non avere fretta di risponderti. Conservale, scriviti ancora. E se vuoi torna a raccontarmi, ma sono quasi sicura di un lieto fine, tra te e te. Ti saluto con una frase di Ivano Fossati che mi vorrei tatuare addosso: “È tempo che sfugge, niente paura, che prima o poi ci riprende, perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo, per questo mare infinito di gente”.

*Attrice, sceneggiatrice, regista 

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