Dal lockdown alle bombe, così è cambiato il nostro tempo

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di Maria Latella
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Mercoledì 23 Marzo 2022, 10:52 - Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 09:50

Se qualcuno chiedesse che cosa è cambiato tra lo stato d’animo depresso che ci ha avvolto e quasi imprigionato nei due anni dì pandemia e lo stato inquieto che si è improvvisamente sostituito al primo, risponderei: la dimensione del tempo.

Nei due anni e mezzo dì pandemia, soprattutto durante il primo lockdown, sembrava quasi che il tempo avesse acquisito una dimensione elastica. Non si usciva da casa, e se si usciva era per poche rapide commissioni o una corsetta attorno all’edificio. Si restava per ore seduti davanti a un computer e piano piano, settimana dopo settimana, il sabato somigliava al lunedì, la domenica a un giorno come un altro, non fosse per il fatto che magari, a pranzo, si cercava di segnalare la differenza preparando qualcosa in più, qualcosa di speciale. Chi per necessità di lavoro usciva per andare in ospedale, guidare un autobus, aprire un supermercato o una farmacia, non aveva più modo di distinguere la domenica da un martedì. Era lavoro continuo. Anche i bollettini tv si ripetevano, uguali a se stessi nelle loro macabre cifre.

LA FINE DEL TUNNEL

L’elasticità di un tempo non più cadenzato dai doveri e dai piaceri esterni: vestirsi, uscire, guidare o prendere un mezzo, rispettare gli appuntamenti e la sera, che diamine, vedere qualche amico, andare al cinema, cenare al ristorante. Un tempo appunto elastico, troppo elastico, nel quale l’ora del risveglio e quella del riposo notturno si ripetevano uguali a se stessi, come un lungo, interminabile giorno della marmotta. A furia di ampliarlo, il tempo diventava una massa gassosa in cui le ore rotolavano via, a volte rapide e a volte lentissime. Ma, appunto, sembrava che i giorni non passassero mai nell’attesa dell’happy end, la sconfitta, o il superamento, del virus. Che cosa c’è di diverso, invece, nel tempo che stiamo vivendo ora, da quel 24 febbraio nel quale è cominciata l’invasione dell’Ucraina? C’è che stavolta la dimensione è accelerata, un attimo e siamo finiti in un conflitto, ogni ora segna un’escalation, più morti, più profughi in fuga dall’Ucraina, chi può scappa pure dalla Russia. Si succedono, inimmaginabili, le minacce: rimarremo senza gas, saremo meno sicuri in questa parte di mondo. La nostra. Cosi, la reazione, statica durante la pandemia tende ora a divenire tendenzialmente, aspirazionalmente frenetica. A cena con gli amici si vagheggia di Paesi nei quali rifugiarsi «nel caso le cose si mettano al peggio» si dice con il pudore di non nominare nemmeno l’esplosione nucleare.

 Mentre ai tempi del lockdown pareva già coraggioso spostarsi nella casa di campagna (per chi l’aveva) o tornare al paese dei nonni per chi poteva, ora si studia con attenzione la cartina del Sudamerica, continente considerato tra i meno a rischio e tutto sommato più prossimo al nostro essere europei di quanto non sia, per dire, la lontana Nuova Zelanda. Si citano con competenza di connoisseur le ragioni per cui sarebbe consigliabile l’Uruguay, Paese ben gestito «non per niente ci son molti tedeschi», ma c’è chi preferisce l’Argentina, «abbiamo degli amici là».

RIMEDI

 Qualcuno, un po’ lugubremente, ricorda che, durante il secondo conflitto mondiale, furono i pessimisti a mettersi in salvo, a New York o in Svizzera. Gli ottimisti invece... E se la frenesia di immaginare la fuga è ancora limitata alle chiacchiere a tavola, c’è sempre l’ansia dì difendere rapidamente i soldi prima che sia troppo tardi o, più modestamente, correre a fare scorta di scatolette o di pasta, prima dei rincari. Un tempo inquieto stavolta spinge a muoversi, per ora in maniera scomposta. Chi può programma vacanze, aerei per Pasqua «prima che ci richiudano di nuovo», prima che sia troppo tardi. E su quell’avverbio, tardi, di solito si tenta un timido sorriso. Perfino le notizie di mediazioni, di negoziati che dovrebbero portare alla sospensione della guerra, vengono accolte con cauto scetticismo. È come se questi anni avari di felicità ci abbiano lasciato qualcosa di arido dentro. Ci può essere cura? Dico di si. A parte l’amore, ovviamente. Si sa che quando si accende, tutto fa dimenticare. Ma a parte quella speciale cura, c’è n’è un’altra che credo efficace. Mi è capitato sere fa di tornare a teatro per lo spettacolo L’attesa con Anna Foglietta e Paola Minaccioni. Sala dell’Auditorium di Roma piena come un tempo, e all’uscita i visi erano più distesi, perfino sorridenti. Come se il ritrovarsi insieme, a teatro, avesse restituito per due ore un po’ di quel che ci è stato tolto. 

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