Livia Giuggioli Firth: «Stop agli abiti usa e getta. Puntiamo su capi da filiere certificate che durano nel tempo»

Livia Giuggioli Firth
Livia Giuggioli Firth
di Veronica Timperi
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 27 Aprile 2022, 15:01 - Ultimo aggiornamento: 28 Aprile, 08:16

Compriamo di meno e apprezziamo di più, ecco come essere davvero ecosostenibili».

Facile a dirsi soprattutto se lo dice lei, Livia Giuggioli, più conosciuta con il cognome dell’ex marito, l’attore premio Oscar Colin Firth, romana, classe 1969, cuore e creatività italiana in pragmatismo british. Produttrice cinematografica, è stata una delle prime donne del jet set a capire l’importanza di alzare l’asticella sulla cultura ambientale, partendo proprio dall’industria della moda, la seconda più inquinante del pianeta. Così sul red carpet di tutto il mondo ha portato abiti green dando vita a una vera rivoluzione culturale grazie alla sua società Eco-Age, ai Green Carpet Fashion Awards e ai Reinassance Awards. Un messaggio chiaro il suo: creare una rete di sensibilizzazione combattendo il Fast Fashion, lo sfruttamento femminile, mirando ad un futuro di responsabilizzazione, dando spazio alle nuove generazioni e ai giovani leader di oggi.

Giuggioli, come è nato il suo impegno per l’ambiente?

«La mia generazione è cresciuta fuori dal consumismo, dai social media, dalle cose a basso costo, dal fast food o fast fashion. Ricordo quando ero ragazza l’indignazione del primo Mc Donald’s a Piazza di Spagna, a Roma, o l’incomprensione per i pochi amici che avevano un cellulare. Era tutto più “sostenibile” nel vero senso della parola - sostenere nel tempo - perché esserlo era la normalità».

Oggi invece com’è?

«L’esatto contrario: è tutto insostenibile. Consumiamo risorse che sono l’equivalente di due pianeti terra all’anno, siamo bombardati su quello che dobbiamo comprare per essere felici, su quello che dobbiamo mangiare - o meglio non mangiare per essere magri e perfetti - e via dicendo. Mi ricordo lo scrittore Carlo Petrini che tanti anni fa, parlando di Slow Food disse: “come siamo arrivati in un’epoca in cui dobbiamo certificare le cose che dovrebbero essere normali”? Ecco, questa per me è la domanda chiave».

C’è un momento in cui ha davvero compreso che la sostenibilità non è una scelta ma sopravvivenza?

«Viaggiando in giro per il mondo alla scoperta di filiere - sono stata in Bangladesh nelle fabbriche del fast fashion, in Australia per la lana, in Amazzonia per la pelle, in Africa per le miniere di diamanti e via dicendo - ho imparato tantissimo, soprattutto che ci sono milioni di persone, esseri umani e soprattutto donne come me, che sono come schiavi moderni e producono tutte le cose che indossiamo e buttiamo ogni giorno senza cura».

Un esempio?

«Ho letto un articolo sul Guardian che cita delle cifre spaventose: H&M ha lanciato 4.414 nuove collezioni solo sul suo sito americano dall’inizio di quest’anno e Shein - il nuovo super fast fashion cinese che spopola tra i teenagers mondiali, valutato 100 miliardi di dollari - ne ha messe sul mercato, nello stesso periodo, 315mila. Questo scenario di consumo moderno è insostenibile, perché i vestiti usa e getta vanno a finire solo in un posto, negli inceneritori, con le terribili conseguenze che ne derivano».

Quindi quale moda è davvero green?

«Quella realizzata con il rispetto dei produttori attraverso tutta la filiera. Capi di qualità che durano per sempre e indossiamo per anni. Esattamente l’opposto della moda del fast fashion».

Come si fa a distinguerla dal greenwashing?

«Oggi c’è una confusione enorme sulla sostenibilità e anche se è molto più facile informarsi. Io stessa imparo cose nuove ogni giorno. La soluzione più semplice: compriamo di meno e apprezziamo di più».

Ci sono brand che sono sulla strada giusta?

«Quelli indipendenti e piccoli di sicuro. Per loro è molto più facile il controllo della filiera, interagirci e scoprirne la storia».

Quali saranno i materiali del futuro?

«Tutta l’industria della moda è dipendente dalle fibre sintetiche che non si decompongono, perdono microplastiche ogni volta che le laviamo, e alla fine del loro ciclo devono essere bruciate. I materiali del futuro devono essere quelli naturali, coltivati nel rispetto delle regole dell’agricoltura rigenerativa e quelli derivanti dagli scarti dell’industria alimentare, come la pelle di mela, o quella di ananas».

Per essere davvero sostenibile la moda, in cosa dovrebbe investire?

«Nella diversificazione del business model per produrre molto di meno e meglio Se dobbiamo usare il Metaverso, poi, facciamolo nella maniera giusta perché oggi un altro greenwashing fantastico è che la moda digitale sulla carta sarebbe sostenibile. Lo diventerà davvero solo quando rimpiazzerà gli acquisti reali invece di essere una cosa in più per ricchi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA