Cinema, la sceneggiatrice di "C'è ancora domani" Giulia Calenda: «Per le donne le schede elettorali erano biglietti d'amore»

Ha scritto il film con Furio Andreotti e Paola Cortellesi: «Per il 2 giugno andarono eleganti al voto, come fosse un onore. Poi la politica si è allontanata dalle gente»

Cinema, la sceneggiatrice di "C'è ancora domani" Giulia Calenda: «Per le donne le schede elettorali erano biglietti d'amore»
di Ilaria Ravarino
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Mercoledì 29 Maggio 2024, 12:01 - Ultimo aggiornamento: 30 Maggio, 07:38

Ha scritto un film, con il collega Furio Andreotti e Paola Cortellesi, che è entrato nella storia.

Per l’incredibile gradimento ricevuto e perché - in uno dei periodi di più grande disaffezione degli italiani al voto - ha avuto il coraggio di partire proprio da una storica chiamata alle urne, quella del 2 giugno 1946, per raccontare una vicenda di libertà, partecipazione e liberazione femminile.

Lei è Giulia Calenda, figlia e sorella d’arte (mamma è la regista Cristina Comencini, il fratello il politico Carlo Calenda) riuscita, con il copione di C’è ancora domani, a fare un piccolo miracolo: ricordare agli italiani che il voto è un diritto, un dovere. E una festa. 

L’idea di raccontare il voto del 2 giugno è arrivata subito?
«Direi che è stata uno dei motori del film. Guardavo i documentari sulle donne al voto e mi impressionava vederle trattare le schede come fossero biglietti d’amore. Andavano alle urne eleganti, truccate, chi con il vestito della festa, chi addirittura con l’abito da sposa, come fosse un grande onore esserci. Mi ha stupito. Soprattutto mettendo in relazione quelle immagini a quel che si pensa oggi del voto. Per le Europee si dice che voterà meno del 50% della popolazione. Vorrei non crederci».

Il suo primo voto?
«Non ricordo esattamente quale fosse, ma ricordo che ero emozionata. Allora ero molto più barricadera di adesso e sapevo esattamente per chi votare. Mi sento ancora addosso quel grande orgoglio. Ero diventata grande, finalmente». 

Lei ci è sempre andata, a votare?
«Sempre, anche quando ho avuto qualche difficoltà a decidere per chi. È un momento troppo importante, in cui puoi “dire la tua”, come sostengono le donne del nostro film. Io non salterei mai un voto. Ma capisco anche che l’astensionismo sia un sintomo di qualcosa che è avvenuto.

La politica si è allontanata dalle persone, dalla gente». 

Dalle donne, in particolare: perché votano sempre di meno?
«La generazione di Marcella (la figlia di Cortellesi nel film, ndr) è quella delle nostre mamme, che a votare ci sono sempre andate. Il problema appartiene alla nostra generazione o a quella dopo. Ed è un peccato che sia mancato quel passaggio di testimone che invece raccontiamo nel film: la scoperta di una libertà che non passa per l’amore di un uomo, ma per l’acquisizione di un diritto. La consapevolezza di valere non perché si è madre, moglie o figlia, ma in quanto persona. Abbiamo dimenticato che le nostre nonne non esistevano proprio, agli occhi della società. Ecco, il motore del film è stato anche questo: la sensazione che tante ragazze oggi avessero scordato com’era ieri».

Politiche, ministre, governatrici favoriscono una maggiore partecipazione delle donne al voto?
«Abbiamo un capo donna e non mi pare che sia cambiato qualcosa rispetto all’astensionismo. Non ha aiutato. Ma la rappresentanza femminile nelle istituzioni è ancora molto bassa. Giorgia Meloni suona come un'eccezione. Prima ero contro le quote rosa, ora vedo il mondo tornare indietro e rivedo le mie posizioni. Abbiamo bisogno delle quote. Ma non dovremmo averne».

Un problema solo delle donne?
«No, assolutamente. Io davvero non so cosa sia successo, perché oggi non sia più così importante per la gente, perché andare alle urne conti così poco nella vita delle persone. Ripensi a quelle immagini di file festanti, poi guardi i seggi oggi e ti chiedi: “Ma dov’è finita tutta la gente”?».

Cosa abbiamo in comune oggi con le donne che votavano nel 1946?
«La paura di sbagliare, la sensazione di essere inadeguate. Succede ancora oggi a tante di noi. Alcune delle ragazze al voto il 2 giugno, per non sbagliare, chiesero aiuto ad altre donne, più colte, che le spiegassero come fare all’urna».

Un film, oltre al suo, per ritrovare la voglia di votare?
«Il documentario Senza rossetto (di Silvana Profeta, le clip su YouTube, ndr) pieno di materiale su quelle votazioni del 1946. Importante, perché la storia va sempre ricordata: ci vuole poco per tornare indietro e perdere diritti dati per acquisiti. Basti pensare a cosa sta accadendo in America proprio in questi mesi sul tema dell’aborto».

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