La filosofa Ilaria Gaspari: «Questo 8 marzo difendiamo il nostro lavoro»

La filosofa Ilaria Gaspari: «Questo 8 marzo difendiamo il nostro lavoro»
di ILARIA GASPARI
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Mercoledì 23 Febbraio 2022, 14:43 - Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio, 17:08

Mia madre ha sempre lavorato.

Sempre trafelata, insegnava anche il sabato mattina, e diceva che andare a scuola il sabato le piaceva: poca gente in giro, il senso che il lavoro fosse qualcosa di tutto suo, sul confine di una festa. Mi ha insegnato un’etica del lavoro, e della collaborazione, per cui le sarò sempre grata. In casa ci davamo tutti da fare, secondo le nostre possibilità; apparecchiare la tavola, passare l’aspirapolvere. I piatti, ogni sera della vita che ho passato a casa dei miei genitori, li ha sempre rigovernati mio padre. Riflettevo su questo – la condivisione dei compiti della cura domestica; ma anche l’idea del lavoro come un diritto bello da esercitare – scorrendo dati sul danno degli ultimi due anni all’occupazione femminile. L’8 marzo, oltre alla Giornata Internazionale della Donna, cade anche l’anniversario del giorno in cui, due anni fa, la pandemia si trasformò da notizia – prima nei trafiletti, poi sulle prime pagine dei giornali – in un decreto che introduceva uno stato d’emergenza nelle vite quotidiane di tutte e tutti. Abbiamo smesso presto di sperare che ne saremmo usciti migliori, e imparato ad arrabattarci nell’emergenza trascinata dal tempo. Ma a pagarne lo scotto sono state, in gran parte, le donne, e in particolare le donne che lavorano. O, dovrei dire, lavoravano: secondo l’Istat, il 98% delle persone che hanno perso o lasciato il lavoro nel primo anno di pandemia, sono donne. Per celebrare la Giornata della Donna penso che sarebbe importante, oltre che regalare mimose gialle e allegre, ricordarci che i nostri diritti sono conquiste, e sono ancora un terreno di battaglia, almeno fino a quando sembrerà ovvio che il lavoro delle donne sia più sacrificabile di quello degli uomini; che le donne siano quelle da cui ci si aspetta un passo indietro. Che a loro sia appaltata per intero la cura della casa, dei bambini, degli anziani: che sia tutto sulle loro spalle, come sulle spalle di quelle donne che hanno lasciato il lavoro, o sono state forzate a lasciarlo, perché dovevano supplire alle mancanze della politica con il loro lavoro domestico, che è lavoro pure quello, benché non retribuito. Che le donne siano meno tutelate, e si sentano domandare (è illegale, ma succede), a un colloquio, se intendano avere dei figli, sottintendendo che la risposta sia dirimente. Sull’8 marzo gira da tempo una notizia che mistifica i fatti – ovvero che la ricorrenza ricordi l’incendio di una fabbrica di camicie newyorkese in cui nel 1908 sarebbero morte centinaia di operaie. Incendio mai avvenuto; qualcosa di simile accadde, però, tre anni più tardi: il 25 marzo 1911 una fabbrica di New York andò a fuoco e morirono 146 persone, 123 erano donne, in gran parte immigrate di origine italiana ed ebraica. La Giornata Internazionale ricorda milioni di donne come loro; fu indetta in ambiente socialista internazionalista per celebrare la conquista di diritti per cui gli uomini non hanno dovuto combattere altrettanto. Oggi, malgrado l’enormità dei progressi, rimangono ancora barriere da infrangere: troppe solitudini, troppe forme di ignoranza che imprigionano nella sottomissione. Mia madre, dopo aver lavorato tutta la vita, quest’anno è andata in pensione; ha iniziato a collaborare con un’associazione, insegna a leggere e a scrivere a donne che vivono in Italia talvolta da decenni, senza essere alfabetizzate, senza dunque potersi integrare, senza poter scegliere se lavorare oppure no. Spesso sento dire che le giornate mondiali di questo o quell’altro (in effetti esistono giornate mondiali di qualsiasi cosa, dalla pizza al gatto al bacio) sono occasioni sciocche, non “servono” a niente. Può anche darsi che sia vero; ma penso che festeggiare la strada fatta e quella da fare sia bello. E che soprattutto sia bello avere l’occasione di pensare a quanto è importante che siano garantite le condizioni per scegliere: se lavorare, studiare, recitare, se non lavorare affatto. Evitando sempre la trappola morale del sacrificio; evitando di sentirci in colpa se siamo ambiziose, e pure se non lo siamo. E se ci piace andare a lavorare il sabato mattina, ricordarci che poi serve un giorno per riposarsi.

*Filosofa

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