Violenza sulle donne, Gessica Notaro simbolo di ripartenza: così si esce dal tunnel

Violenza sulle donne, Gessica Notaro simbolo di ripartenza: così si esce dal tunnel
di Maria Lombardi
6 Minuti di Lettura
Mercoledì 23 Novembre 2022, 13:07 - Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 07:27

«L'amore non fa male», dice Gessica Notaro, l’occhio sinistro coperto da una benda a ricordare quanto male fa il non amore, quanto brucia sulla pelle la rabbia di chi vuole cancellarti, quante cicatrici lascia la vendetta.

Piange di felicità, l’ex miss che nel 2017 è stata sfregiata al volto con l’acido dall’ex fidanzato. «L’amore è una cosa bellissima», e si copre il viso con le mani e dice sì al suo cavaliere, Filippo Bologni, sei volte campione italiano nel salto ad ostacoli, che le ha appena chiesto di sposarlo. Brinda alla sua laurea in Scienze Politiche e Relazioni internazionali, Blessing Okoedion, la nigeriana di 32 anni che ha scritto una tesi sui percorsi di autonomia delle donne che si liberano dalla schiavitù della tratta. Quelle come lei. Blessing, laureata in informatica nel suo Paese, è venuta in Italia per trovare lavoro e si è trovata per strada, costretta a prostituirsi. Si è ribellata, ha denunciato e oggi è mediatrice culturale, aiuta le altre ragazze ingannate e schiave a fare lo stesso. Gessica, Blessing, Filomena (la prima donna sfregiata con l’acido in Italia) e chi ha ricominciato, con le ferite e le paure che la violenza scava nella pelle, con la forza e il coraggio per rinascere e poi far rinascere le altre con te. Antonella, che la violenza l’ha conosciuta da bambina e ora vive con un compagno che la rispetta, Laura e le tante giovani che, dopo gli abusi, nel lavoro hanno trovato un riscatto, Barbara che ha cambiato città e si è rimessa in gioco con la sua laurea in economia, e così via.

IL PERCORSO

Vittime non si è per sempre, un’altra storia è possibile anche se non è facile, anche se gli aiuti non bastano e ci vorrebbero sostegni in più. Ricominciare da un numero: 1522, il centralino antiviolenza e stalking della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità. «Il primo passo fondamentale per rompere il silenzio, non è solo un numero di emergenza ma soprattutto uno spazio di ascolto in cui le donne possono sentirsi accolte e credute», Maria Spiotta è la responsabile del centralino gestito da Differenza Donna. «Le chiamate in media sono 150 al giorno ed è aumentato del 71% il numero di chi ricorre alla chat. Dal nostro osservatorio notiamo un abbassamento dell’età delle vittime, hanno anche 18, 20 anni, e l’intensità e la precocità della violenza che esplode spesso anche all’inizio della relazione». Chiedere aiuto, dire no a lividi e offese, capire che non si è sole e sbagliate, che tante altre l’hanno già vissuta questa storia, condividere le paure. E poi uscire, il passaggio più delicato. Dal silenzio, dalla solitudine, dal senso di colpa. Di tutte quelle che si rivolgono ai Cav, i centri antiviolenza, (circa 50mila donne l’anno) appena il 30 per cento denuncia. «Le vittime devono sentirsi libere di scegliere il loro percorso», Antonella Veltri è la presidente di D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza - che gestisce 106 centri antiviolenza e 62 case rifugio. «Chi non denuncia è perché teme di non essere creduta e di diventare una seconda volta vittima». Il dolore, lo strappo e il coraggio di una nuova vita, un altro indirizzo, un lavoro, forse. Non facile. C’è la rete delle case rifugio, per chi è in pericolo e non sa dove andare, e il passaggio alle case di semi-autonomia per chi ha ancora bisogno di tempo per ricostruire un percorso. Ancora fragili e vulnerabili, in bilico, il rischio è quello di tornare indietro o di restare congelate. «Per liberarsi dalla violenza le donne hanno bisogno di un reddito sufficiente, una casa sicura, un lavoro dignitoso: diritti fondamentali che le istituzioni non sono in grado di garantire a tutte. Il rischio è di far tornare le donne, spesso con figli, dagli autori di violenza», sostiene Isabella Orfano, esperta diritti delle donne di ActionAid. Un dato su cui riflettere: il 60,5% delle vittime in un percorso di uscita dalla violenza nel 2020 (dati Istat) non aveva soldi e lavoro. Il 70% tra le giovani dai 18 a 29 anni, le più precarie.

I SOSTEGNI

È qualcosa ma non può bastare, il Reddito di Libertà per le vittime in difficoltà economiche: 400 euro al mese per un massimo di 12 finanziato con 12 milioni di euro dal 2020 al 2022. L’hanno preso appena 600 donne nel primo anno, a fronte delle 3.283 richieste presentate (dati Inps). «Una misura assolutamente insufficiente per il numero di vittime che ne hanno usufruito, per l’entità assegno, ma anche per le difficoltà di accesso», sostiene Antonella Veltri. «Il problema dell’indipendenza economica è legato anche all’emersione della violenza, se non si hanno risorse è più difficile ribellarsi. Noi abbiamo in campo diversi progetti per sostenere le donne una volta finito il percorso di accoglienza nelle case rifugio in modo che possano conquistare autonomia, avere un lavoro e un’abitazione». È vero che il numero dei servizi è cresciuto, nel 2020 si sono aggiunti 11 Cav e 12 nuove case rifugio. «Ma le case rifugio sono tuttora non abbastanza e il piano antiviolenza presenta tante criticità soprattutto relative ai ritardi con cui vengono erogati i pochi finanziamenti che prima devono arrivare agli enti locali per poi essere distribuiti». Non solo chi ha poco, anche donne indipendenti, laureate e benestanti si ritrovano intrappolate in relazioni pericolose. «Abbiamo aiutato nel percorso professoresse universitarie che non gestivano i loro stipendi, non controllano il conto corrente e subivano il ricatto economico», Cristina Ercoli è responsabile dei cav, delle case rifugio, di semi autonomia e dei codici rosa gestiti da “Differenza Donna”.

«Ogni anno sosteniamo circa 30 donne, sole o con figli, nelle case rifugio di Torre Spaccata e Villa Pamphili, a Roma. Se la giustizia è veloce, la permanenza può essere breve. Ma se bisogna aspettare un decreto del Tribunale del minori, ad esempio, i tempi si allungano. Fondamentale, per velocizzare le indagini, è che la denuncia sia fatta bene. Non limitarsi al racconto dell’ultimo episodio, ma ricostruire il vissuto di violenza: questo espone meno al rischio di non essere credute, il maggior timore delle donne e la ragione per cui le denunce sono così poche, e alla vittimizzazione secondaria». Una strada lunga, faticosa e piena di ostacoli. Alla fine, per tante, la rinascita. «Non è semplice uscire dalla spirale, la violenza è una sabbia mobile che ti trattiene. Ma dopo aver ripreso fiducia, si può cominciare a riappropriarsi della vita. Molte riprendono a studiare o seguono corsi di formazione o di aggiornamento. Con i progetti Ikea, dopo gli stage, tre giovani da noi ospitate l’anno scorso sono state assunte e ora sono autonome. Altre sono entrate in un’azienda di tessuti che aiuta le vittime di violenza, o hanno seguito l’accademia per parrucchieri I Sargassi». Libere di sentirsi finalmente libere.

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