Vittorio Merloni, picchetto degli operai
Nel pomeriggio i funerali in Cattedrale

Il picchetto degli operai in onore di Vittorio Merloni
Il picchetto degli operai in onore di Vittorio Merloni
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Lunedì 20 Giugno 2016, 07:36 - Ultimo aggiornamento: 20:14
FABRIANO - Una rosa rossa raccolta in giardino. Un fiore semplice, non acquistato, protetto con la carta stagnola. Simbolo di una mattinata e d’una vita. Perché Vittorio Merloni era così, in grado di parlare con il gotha mondiale dell’economia e della politica e alla stessa maniera con i propri dipendenti. Sono stimate 3 mila persone al saluto di ieri. Moltissimi i lavoratori, che dentro si alternano a due a due con un picchetto d’onore segnato dalla maglietta “Indesit”, andato avanti per l’intera notte.

Tutti con il nodo in gola. Così, con un fiore di casa, nella maniera più semplice, ieri, una delle molte persone di questa famiglia allargata, ha voluto simboleggiare l’addio al grande timoniere. Passo spedito, quasi a trovare il coraggio di quell’ultimo saluto, entra dritto nella camera ardente voluta proprio tra gli operai, nell’azienda dove tutto iniziò. Borgo Tufico, Albacina, Fabriano. Perché, ricorda l’industriale anconetano Giampaolo Giampaoli, visibilmente colpito, «Vittorio era uno di noi. È un momento doloroso». La vita e l’azienda, fino all’ultimo. Appena venerdì notte era stato portato via l’ultimo macchinario, destinato alla sede di Melano, perché lo stabilimento chiude a fine mese. Di lì a qualche ora, tra le sei e le sette di sabato mattina, Vittorio Merloni se n’è andato. 

 

In fila per tutto il giorno 
Hanno accolto tutti con un abbraccio le figlie Maria Paola e Antonella, da prestissimo. Cinque minuti prima delle dieci l’arrivo della moglie Franca. Conoscenti, dipendenti, amici e parenti trascorrono sul piazzale tutta la domenica mattina. E sarà così anche nel pomeriggio. I volti solcati dalle lacrime. Il silenzio che cala due volte, totale, prima all’arrivo della signora Franca e poi ad accogliere Francesco Merloni. Non si dà pace Roberto Sorci, che di Fabriano è stato anche sindaco e che da sempre è parte della famiglia. Scuote la testa, si volta quando non trattiene più la commozione: «Era stato in grado di creare una multinazionale tascabile. Una persona straordinaria. Quando andava sulla linea di produzione salutava tutti». L’apertura della camera ardente era annunciata alle 10, ma è stata anticipata perché in molti hanno voluto essere lì prestissimo, prima delle 9. Un fiume di saluti anche quando sul dolore inizia ad abbattersi il diluvio. C’erano tutti i lavoratori di sempre, venuti da ogni parte della regione.

Gli amici di sempre
Romano Prodi, già premier e già presidente della Commissione europea, ha raggiunto casa Merloni nella serata di sabato, per un saluto alla famiglia e un ultimo abbraccio all’amico che conosceva da cinquant’anni. Anche Gennaro Pieralisi preferisce un saluto privato. Ad Albacina arrivano invece gli industriali Enrico Loccioni e Sergio Schiavoni, con Giacomo Bugaro, e Francesco Casoli. Tutti al suo cospetto. Tra i primissimi a salire ieri mattina, Giampaolo Giampaoli arriva in auto con l’economista Valeriano Balloni e l’imprenditore Angelo Rossini. Si ritrovano al parcheggio con l’industriale Adolfo Guzzini. I visi provati, gli occhi lucidi, i mille pensieri. «Ricordo ancora quel giorno in cui parlò dell’abolizione della Scala mobile», dice Guzzini, a simboleggiare quanto quest’uomo delle Marche più profonde e vere fosse in grado di guardare avanti. «Ci conosciamo da anni», dice, poi si corregge: «Ci conoscevamo». Legati anche all’appartenenza a quel «cenacolo che l’economista Giorgio Fuà aveva creato intorno all’Istao».

Ricorda come Vittorio «aveva impressionato positivamente anche Agnelli». E ancora: «Capimmo che avevamo di fronte un leader nazionale per le imprese che volevano voltare pagina: volevamo portare alla ribalta le Marche, il Veneto, le imprese di dimensioni più piccole». Poi Guzzini ricorda quando Merloni andò a trovarlo in azienda: «Gli facemmo notare che i suoi frigoriferi avevano l’interno male illuminato e gli donammo gratuitamente, a titolo di amicizia, il prototipo per il nuovo impianto luce». 

Il grande esempio
Procedono uno a fianco all’altro nel cortile a testa bassa questi amici di sempre. Non si può non tornare alle lezioni di Vittorio. Tante. Su tutte Giampaoli cita quell’idea di dare un nome di donna ad una lavatrice: «Margherita. Disse: la lavatrice nasce come aiuto alle donne, perché chiamarla con una sigla?». E aggiunge: «Fabriano è la mia seconda patria. E ora se n’è andato l’amico più bullo di tutti».

Marina Magistrelli, avvocato e già senatrice del Pd, e Patrizia Casagrande, ex presidente della Provincia di Ancona, sono accolte dal sindaco Giancarlo Sagramola, che per la giornata di oggi, in concomitanza con il funerale, ha proclamato il lutto cittadino. Stringe la mano a chi le sta vicino la Casagrande. Con l’emozione sul viso ricorda come, all’epoca ancora assessore, venne invitata da Vittorio Merloni ad intervenire sulle pari opportunità: «Mi aveva sentito parlare a margine dell’incontro e mi chiese di dire quelle stesse cose ad alta voce».

Si affaccia al parcheggio di buon’ora un tecnico che per l’imprenditore aveva lavorato in azienda e in casa. «Ricordo che gli capitava di arrivare qui anche ad uffici chiusi e diceva sempre al portiere per piacere e scusi», dice con gli occhi lucidi.
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