Terremoto in Adriatico, l'Ingv spiega cosa sta accadendo. Ecco qual è il rischio tsunami

Domenica 4 Aprile 2021 di Edoardo Danieli
Le faglie sismogenetiche dell INGV rappresentate con fasce di colore arancione, i terremoti del 27 marzo con stelle nere e i terremoti avvenuti tra il 1900 e il 2006 con cerchi azzurri

ANCONA - Terremoto in Adriatico, centinaia di repliche, destinate a proseguire, ma, molto probabilmente, con magnitudo discendenti. E' il quadro che disegna l'Istituto nazionale di geosifica e vulcanologia che sta approfondendo l'argomento dopo la forte scossa di magnitudo 5.6 del 27 marzo 2021, seguita (dato al 2 aprile) da circa 120 repliche di magnitudo compresa tra 2.1 e 4.1: di queste sono 11 quelle di magnitudo tra 3.5 e 4.1.

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Un terremoto, spiegano i ricercatori di Ingv in uno dei report diffusi sull'argomento, «risentito in un’area molto vasta dell’Italia centro-meridionale,  soprattutto nei comuni del Gargano, nella provincia di Foggia. Risentimenti diffusi fino alle coste marchigiane, ma anche in Campania e nel Lazio».


In questo quadro, come peraltro già dimostrato dalla scossa del 27 marzo, il pericolo per uno tsunami sulle coste adriatiche è remoto. Il 27 marzo, come ricorda proprio l'Ingv, «a seguito del terremoto in Adriatico delle ore 14:47 italiane, il Centro Allerta Tsunami ha diramato un messaggio di Informazione, non di Allerta. La magnitudo (5.6) infatti, è inferiore alla soglia minima per l’allertamento». Lo scenario più probabile è che il fenomeno possa continuare anche nei prossimi mesi, liberando meno energia e quindi con scosse meno forti, sebbene non si possa escludere che il movimento in corso attivi altre faglie.

«Il terremoto di oggi (del 27 marzo, ndr) nel Mare Adriatico centrale  - scrivono Gianluca Valensise e Vanja Kastelic, dell'Ingv, nel report sull'l'inquadramento sismo-tettonico - è una causa del lento ma incessante spostamento verso SW della catena dinarica ad una velocità variabile tra i 2.0 e i 4.5 metri per millennio. Questa catena montuosa costituisce un complesso orogenico che si estende dalla Slovenia sud-occidentale al Montenegro, correndo lungo la costa adriatica della Croazia ed estendendosi sia verso SW (ovvero verso l’Italia) per un centinaio di chilometri, sotto forma di una catena sommersa sotto il Mare Adriatico, sia per circa 200 km verso NE, in direzione del cosiddetto Bacino Pannonico (corrispondente all’attuale Ungheria). La catena dinarica si presenta come un orogene simile e speculare alla catena appenninica settentrionale centrale e centro-meridionale, che a sua volta tende a migrare verso NE generando a sua volta terremoti, come quelli che hanno luogo in Emilia-Romagna e nelle Marche».

«Per capire la causa della sismicità dell’Adriatico dobbiamo osservarne la sua posizione geografica. Questo mare si trova confinato tra due catene montuose, le Dinaridi e l’Appennino. Come sappiamo, la litosfera è suddivisa in blocchi (placche) in continuo movimento, per cui i loro bordi sono soggetti a sforzi di trazione, compressione e scorrimento: lungo i bordi che si trovano in compressione si formano delle catene montuose. Il bacino del Mediterraneo si trova in corrispondenza di un complesso “puzzle” di placche e microplacche. Il dominio adriatico corrisponde alla microplacca Adria che, per effetto della spinta della placca Africana verso NNE, si “incunea” nella placca Europea, creando una indentatura con conseguente compressione e deformazione lungo i bordi», aggiungono i ricercatori in un approfondimento firmato anche da  Mara Monica Tiberti.


Il terremoto del 27 marzo «è quindi testimonianza diretta della presenza di grandi faglie sismogenetiche, allineate sia lungo la costa dalmata, sia in pieno Adriatico". Una presenza che si deve conoscere ma che non deve creare apprensione. Per quanto riguarda il conoscere, "le faglie dell’Adriatico centrale sono state oggetto di studio attraverso l’analisi dei terremoti storici e dei dati forniti dalla sismica di esplorazione disponibili per quest’area, che ospita giacimenti di idrocarburi ancora non sfruttati».

 
Una conoscenza che da un lato genera gli strumenti per una corretta pianificazione degli interventi sulle coste e in mare ma che, come detto, non deve generare preocupazioni: «Le faglie identificate lungo la costa danno luogo a terremoti anche molto forti, come quello di magnitudo 7.3 che colpì il Montenegro nel 1979, mentre quelle che ricadono in pieno Adriatico generano terremoti di magnitudo relativamente contenuta, come quello odierno, e come tali probabilmente incapaci di generare tsunami significativi».


«Quello dovuto agli tsunami è un rischio poco noto ma presente anche nei nostri mari. Si tratta di eventi rari ma con un potenziale distruttivo enorme. Scopo di questo studio è quello di analizzare le procedure attualmente in uso al Centro Allerta Tsunami e identificare gli strumenti per migliorare il servizio rendendolo più rapido ed efficiente», spiega Alessandro Amato, Responsabile del CAT-INGV. «Abbiamo analizzato centinaia di terremoti nel mondo e alcune decine nell'area di competenza del CAT, cioè il Mar Mediterraneo. Alcuni dei terremoti più forti avvenuti tra il 2017 e il 2020, periodo di operatività del CAT, hanno generato degli tsunami di modesta entità. In un paio di casi, cioè nel 2017 e nel 2020 tra la Grecia e la Turchia, sono state osservate inondazioni fino a due metri di quota; nel caso del recente terremoto di magnitudo 7 a Samos si sono registrati danni ingenti e una vittima dovuti allo tsunami. I messaggi di allerta tsunami”, prosegue Amato, “sono stati inviati dal CAT tra 7 e 10 minuti dopo l'occorrenza dei terremoti, un tempo utile per permettere l'evacuazione in quasi tutte le aree costiere potenzialmente interessate dallo tsunami».

Ultimo aggiornamento: 29 Maggio, 09:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA