Giovanni Ginobili, il pioniere della marchigianità. Ecco come ha tramandato le tradizioni della regione

Sabato 28 Maggio 2022 di Véronique Angeletti
Il maestro Giovanni Ginobili nel ritratto di Virginio Virgì Bonifazi

PETRIOLO - Maestro elementare e musicista per diletto, poeta ed autore di musica sacra e di operette, letterato ed appassionato di folklore, di tradizioni e di dialetto maceratese e marchigiano. Sono le credenziali che hanno fatto di Giovanni Ginobili, pioniere in Italia nella raccolta dei canti popolari, un riferimento per le scienze demo-etno-antropologiche, per l’etnomusicologia, ma più di tutto per chi ama leggere la Storia nei dettagli di un quotidiano e dei suoi proverbi.

 
Il valore della parlata
Perché Ginobili è stato uno dei primi ad aver intuito quanto preziosa fosse la “parlata”, fondamentale trascrivere le note di canti, raccontare balli, riti, usi e costumi. Scese letteralmente in campo. Con il suo vecchio apparecchio a bobina tra gli anni 30 e 50 riuscì a rintracciare, a registrare e a riportare sugli spartiti oltre 300 canti popolari maceratesi e piceni. Una raccolta dove mise alla pari nenie e filastrocche, serenate e canti a “vatoccu”.

Canzone polivocale con il testo in endecasillabi (deve il nome al “battere e ribattere delle voci” che ricorda il batacchio delle campane). Base ritmica per il saltarello marchigiano, un ballo dalle origini antichissime, deriva dal “saltatio”, un rituale sacro di danza armata dei sacerdoti (tra l’altro illustrato in uno splendido coperchio in bronzo ritrovato a San Severino Marche in una tomba picena) che diventò una danza di corte e, tra il XVII e XVIII, un ballo popolare.


La trascrizione
Melodie tramandate esclusivamente oralmente che Giovanni Ginobili trascrisse nei volumetti dei “canti popolareschi piceni” redatti insieme al compositore maceratese Lino Liviabella. Ginobili ebbe il pregio di non porre confini al proprio lavoro ed è merito suo se abbiamo tracce delle varianti della “Pasquella” nell’Anconetano come quella di Montemarciano od ancora della “Paroncina”, una danza popolaresca in uso a Senigallia. Sfogliando libri e le tante appendici, la maggior parte auto-pubblicazioni, si entra nel mondo della cultura mezzadrile del Maceratese in tutti i suoi particolari.

Ginobili scrive sul rituale dei lavori campestri, della trebbiatura, della mietitura, della spannocchiatura, della vendemmia, approfondisce, ad esempio, il ruolo sociale del biroccio, delle fogge del vestire dell’800, racconta riti dal battesimo al funerale, il rapporto nelle famiglie e tantissime leggende (il tesoro di Monte Igno, il Crocefisso di Numana, del ponte del Diavolo di Tolentino, del ponte di Cecco in Ascoli Piceno) ma soprattutto si distingue per il suo saper affrontare, sempre da testimone i pregiudizi, le superstizioni, le burle, i chiapparelli, le satire e per il suo lavoro certosino, sistematico, completo sul dialetto. 


Seppur gli creava qualche problema di pudore: “Quando lu culu canda, la salute non manca” è casto nei confronti di molti altri. È così che lo ricorda Agostino Regnicoli del laboratorio di fonetica e scrittura dell’Università di Macerata, autore di “Scrivere in dialetto” e che oggi a Petriolo partecipa alle celebrazioni del 130esimo anniversario della nascita di Giovanni Ginobili.

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