Il dottor Paolo Pandolfi: «Via la mascherina al chiuso? Serve ancora tanta prudenza. Nei luoghi affollati o con soggetti fragili andrebbe sempre indossata. Meglio la Ffp2»

Il dottor Paolo Pandolfi: «Via la mascherina al chiuso? Serve ancora tanta prudenza. Nei luoghi affollati o con soggetti fragili andrebbe sempre indossata. Meglio la Ffp2
Il dottor Paolo Pandolfi: «Via la mascherina al chiuso? Serve ancora tanta prudenza. Nei luoghi affollati o con soggetti fragili andrebbe sempre indossata. Meglio la Ffp2
di Lorenzo Sconocchini
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Lunedì 25 Aprile 2022, 03:10 - Ultimo aggiornamento: 09:13

ANCONA - Il Governo deciderà a breve sull’obbligo di indossare mascherine al chiuso, in scadenza il 30 aprile.

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L’orientamento sembra quello di sostituire l’obbligo con una semplice raccomandazione, mantenendo le protezioni obbligatorie solo in certi luoghi e situazioni, come il trasporto pubblico, nei cinema, teatri e discoteche.

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Ne abbiamo parlato con il dottor Paolo Pandolfi, dirigente medico osimano, laureato alla facoltà di Medicina di Ancona e poi specializzato in Igiene, Epidemiologia e Medicina preventiva. Da circa 25 anni è in servizio all’Ausl di Bologna, dove attualmente dirige il Dipartimento di Sanità pubblica.
Ritiene che togliere l’obbligo sia una decisione opportuna nell’attuale situazione dell’epidemia? 
«Purtroppo il virus circola ancora in modo importante, con tassi di incidenza elevati tra le 15 e le 20 volte più alti rispetto a tassi che indicano condizione di bassa epidemia. In presenza di una malattia infettiva che si trasmette principalmente per via aerea l’uso di mascherine ad alta capacità filtrante abbatte in modo significativo il rischio di contagio e quindi la diffusione del virus. Non è questione di obbligo o meno, ma di consapevolezza che la mascherina rappresenta il dispositivo di protezione più efficace a disposizione, come lo sarebbe per altre malattie simili, come influenza, morbillo o tbc». 
Si parla di sostituire l’obbligo con una semplice raccomandazione: avrebbe lo stesso effetto? 
«Sono convinto che la comunità ha in gran parte compreso il valore delle mascherine ma purtroppo, come abbiamo osservato in altre occasioni, non sempre la ragionevolezza governa i nostri comportamenti e la sola raccomandazione per certi sottogruppi di popolazione e in certi contesti non è sufficiente a sostenere la giusta scelta per garantire la salute propria e degli altri».
Ci sono dei luoghi piuttosto che altri in cui, alla luce di quanto osservato finora, sarebbe davvero necessario non togliere l’obbligo di mascherina al chiuso? 
«Sì, mi riferisco ai luoghi dove si concentrano soggetti fragili o a rischio quali ospedali, sale di attesa per ambulatori medici, comunità per disabili/anziani, asili nido, ambienti di lavoro o di vita in cui c’è poca aerazione ed alta concentrazione di persone». 
Sostituire nei luoghi dove ora è prevista come obbligatoria la mascherina Ffp2 con la meno costosa “chirurgica” sarebbe un compromesso accettabile?
«L’efficacia protettiva della mascherina Ffp2 è estremamente più elevata della meno costosa mascherina chirurgica e non sarebbe una soluzione di compromesso specie nei contesti sopra menzionati (si parla di efficacia che, rispettivamente va dal 90-95% al 25-30%). Spendere qualche centesimo in più ne vale la pena».
Per il microbiologo Andrea Crisanti con la contagiosità di Omicron, le misure di contenimento non funzionano e allora tanto vale far circolare il virus, proteggendo anziani e fragili. Niente più “mascherine al chiuso e quarantena per i positivi”. Può essere una soluzione? 
«È un’affermazione che può valere solo in contesti dove si trovano persone sane e in presenza di varianti non altamente contagiose. Mi sembra una scelta estrema e non coerente con quanto la storia della medicina e l’evidenza scientifica ci indicano: per le malattie contagiose l’isolamento e l’uso di dispositivi di protezione sono ancora strumenti utilissimi per ridurre drasticamente la circolazione del virus. Se poi pensiamo che infettando tutti creiamo le condizioni per aumentare le competenze immunitarie di una comunità, in realtà, non teniamo conto dei costi sociali delle malattie infettive a potenziale diffusione epidemica oltre che del mantenimento di condizioni che facilitano la selezione di varianti a maggior impatto sulla salute».

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